editoriale di gennaio

Continuiamo a assistere a incredibili episodi di violenza sulle donne, e neppure limitati a loro, quando pure ne sono il primo oggetto: sovente questi drammi vedono anche l’uccisione dei figli a cui segue il suicidio dell’assassino: marito o ex marito o compagno che sia. È stato coniato il termine, non troppo felice, femminicidio forse per rendere con evidenza e con particolare effetto questo corto circuito in cui la nostra società è finita. Questo aspetto, accentuato nel nostro tempo, ha una dimensione sociologica, connessa con i problemi specifici di oggi che vivono le nostre donne quotidianamente insieme alle nostre famiglie spesso strette entro questioni di non facile soluzione (vedi anche Il gallo, aprile 2014).

Ci chiediamo dove sono finite tutte le intelligenze sociologiche e politiche impegnate per un cambiamento sociale che vedesse una vera armonizzazione dei tempi di vita, di lavoro, di tempo libero.

Un numero impressionante di coppie sfalda la propria unione dopo una convivenza breve, stabilizzata nel matrimonio o no, e coppie già oltre i sessant’anni decidono di lasciarsi: si può pensare a una causa comune per questi gravi segnali di disagio? Potremmo avanzare il sospetto che è saltato il patto di genere, il rapporto stabile fra uomo e donna con la definizione dei rispettivi ruoli per secoli fondamento della vita sociale secondo codici determinati con un passaggio verso una dimensione non ancora strutturata, segnata quindi dall’insicurezza e con l’esplosione reattiva della violenza di chi non ce la fa, di chi sente stravolto il proprio universo interiore, di chi preferisce uccidere e uccidersi piuttosto che vivere da escluso per non riuscire a ripensare sé stesso in modo nuovo. Tuttavia, indipendentemente dalle spiegazioni sociali e individuali che ognuno si dà, ci chiediamo come la società politica accolga la procreazione dei figli che per fortuna continua, pur in pericolosa contrazione: come accogliamo la maternità e tutte le sue delicatezze, come proteggiamo le nostre madri e i nostri bambini? Troppo spesso le risposte sono licenziamenti, compagni disoccupati, convivenze con figli quarantenni che non riescono a inserirsi nel lavoro e nella società. Qualche provvedimento parziale, qualche bonus con sapore elettorale non sono certo riconducibili al progetto globale di cui la nostra società ha bisogno.

Occorre un salto culturale per farci seriamente ripensare a un rapporto nuovo tra donne e uomini, tra famiglie e lavoro, tra scuola e società. Dobbiamo tutti rieducarci e lavorare per un modello di civiltà sempre piú sano, in cui gli individui non siano solo alla ricerca dell’utile individuale. Solo un uomo nuovo saprà esprimere una nuova società che riesca a guarire la malattia sociale causa di violenza, ma qualcosa è urgente subito e anche Francesco ricorda che riconoscere l’importanza della famiglia significa creare strutture in cui possa vivere con serenità nel presente e nelle prospettive future, perché non è morale solo salvaguardare la fedeltà nella coppia e l’apertura alla procreazione, ma anche cogliere i bisogni e collettivamente cercare soluzioni.

Occorre, forse un primo passo, assumere socialmente e a carico della fiscalità generale la dimensione della maternità, come avviene per la salute. Una maggiore tutela non annulla la violenza nell’uomo, ma maggiore serenità giova a rapporti piú pacificati.