editoriale di giugno

Tra i sette vizi capitali trova posto anche l’accidia – oggi diremmo indifferenza intrisa di noia – e se tralasciamo qui il suo sconfinamento verso depressione o malinconia, oggi restituite alla psicologia – sembrano profilarsi due versanti, nel sentire e nell’agire, cioè tedio e negligenza. Siamo consci della grande considerazione che l’accidia incontrava nello scontento delle passate società, ma, se per caso qualche avo ci guardasse, ci vedrebbe perplessi, notando una smorfia sui volti dei molti che, pur praticandola, non sanno nemmeno piú darle un nome.

Ma non suonerebbe motivazione convincente a una scelta di accidia, neppure l’eventuale nostro puntare il dito sulla potente dose di scontento che segna il nostro quotidiano. Ci parrebbe probabilmente un’osservazione accidiosa, ingiusta, considerando che la complicatissima macchina del nostro mondo, pur tra tante cose che non ci piacciono, impegna, bene o male, miriadi di persone e in qualche modo funziona.

Cerchiamo quindi di scansare questo collettivo ripiegamento lagnoso e malinconico sull’andamento delle cose, intuendo che la categoria dell’accidia è personale e poco idonea a un ragionamento in termini sociali. L’odierna preferenza per termini positivi ci sollecita, viceversa, a capovolgere questi due versanti, di tedio e negligenza, leggendovi i contrari di motivazione e solerzia, che dovrebbero diventare per noi stili di comportamento. Approdiamo cosí a un possibile opposto dell’accidia: la responsabilità verso la parte di realtà, persone e cose, che a ciascuno di noi compete.

Ci sembra, però, di cogliere un limite anche del pensare in negativo: la nostra coscienza non riesce a essere sempre adeguatamente vigile e di conseguenza i nostri usi sociali scandiscono un’alternanza tra momenti di attività o di riposo, di impegno o di distrazione non necessariamente appiattiti su un piano di negligenza e tedio. Notiamo altresí che, nel rapporto tra i termini, i nessi causali si complicano perché il capovolgimento del negativo non geneera automaticamente il positivo: sovente la solerzia è legata al dovere, in cui non sembra sempre facile cercare gratificazione.

Questo ci fa intravvedere forse una sorta di accidia strutturale anche al linguaggio: la parola serietà, per esempio, pur descrivendo una corretta aderenza alla realtà, non gode di un significato emozionale immediatamente accattivante; dovere e responsabilità trascinano sovente a rimorchio la parola peso; infine la parola realtà, si vuole aggettivarla con grigia – come la serietà – o con dura: anche se raramente riusciamo a domandarci rispetto a che cosa, questi attributi rivelano un senso di fastidio. Non quindi per indulgenza constatiamo che le cose si sono fatte complicate, e non è facile vigilare su molte nostre azioni guidate, per esempio, da abitudine se non addirittura da consiglieri interiori ancor meno affidabili. Gli inediti ritmi odierni ci portano ad alternare frenetico attivismo e momenti di svago, quando non di stordimento.

È a questo punto difficile stabilire da dove venga il tedio: dalla realtà, farebbero pensare i ritmi che sembrano volerla sfuggire, o forse da nostre irragionevoli aspettative verso di essa, piuttosto dobbiamo rassegnarci a considerarlo un inevitabile cascame anche di ogni esistenza. Dobbiamo però imparare a distinguere l’accidia come mancanza di reazione, inerzia, rinuncia alla ricerca di senso dal tedio di qualche momento di pausa in un’esistenza responsabilmente condotta.