editoriale di giugno

Una nuova era geologica è iniziata per il nostro pianeta, l’Antropocene, definita dagli scienziati dopo non poche discussioni (cfr Il gallo, dicembre 2016, p 13). Elemento caratterizzante dell’epoca è il livello raggiunto dalle attività produttive di noi umani, tale da alterare l’evoluzione di ogni forma di vita sulla Terra. Gli effetti di queste alterazioni sono visibili nelle tante apocalissi che ci affliggono: inquinamento dell’aria e delle risorse, aumento della temperatura media del globo, desertificazione, migrazioni di popoli…

Quando le autorità non possono piú negare i problemi – purtroppo fra scienziati e politici c’è sempre chi continua a ingannare –, tentano di introdurre nuovi protocolli che però non sembrano cambiare sostanzialmente le consolidate abitudini della vita quotidiana. Per esempio, un caso significativo è rappresentato dalle ordinanze invernali emesse da molte amministrazioni di città italiane per limitare la circolazione dei mezzi di trasporto urbano al fine di ridurre l’inquinamento da polveri sottili. Interventi minimi che da un lato testimoniano la consapevolezza del pericolo, ma che dall’altro segnalano la mancanza di determinazione nel programmare trasporti meno inquinanti, mentre diffondono, sia negli amministratori pubblici sia nei cittadini, l’atteggiamento del tirare a camparein attesa di provvidenziali cambiamenti climatici.

La situazione è certamente complessa, ma si ha l’impressione che questo lasciar fare alla natura non sia casuale. Troppi sono gli interessi dei capitali che finanziano gli attuali mezzi di trasporto; eccessiva è la fiducia che si concede alle possibilità della scienza e della tecnologia; illusorio pensare che basti organizzare la raccolta differenziata dei rifiuti domestici per influenzare il degrado dovuto al modello economico, politico e finanziario che governa i nostri tempi. In altri termini, certe procedure, non accompagnate da azioni incisive e da una lucida presa di coscienza della gravità dei fenomeni in atto, rischiano di essere trappole per proseguire verso il futuro con gli stessi criteri all’origine dei disastri ecologici di oggi, naturalmente aggravati nel tempo. A parole si proclama di essere ormai consapevoli di vivere sull’unica astronave Terra, ma nei fatti si cercano compromessi per salvare, e possibilmente incrementare, interessi sovranisti o addirittura privati.

Che fare dunque? Ribadita la totale sfiducia nei veggenti che leggono il futuro nella loro personale e magica sfera di cristallo, avvertiamo l’esigenza di civilizzare la stessa civiltàdi cui facciamo parte per arrivare a consolidarne uno standard accettabile. Per fare ciò, a nostro avviso, dobbiamo guardare alla realtà che ci circonda, cercando di armonizzare le sue diverse componenti senza settorializzare la visione per piegarla a giudizi particolaristici e insindacabili. Un lavoro non semplice, ma realizzabile e agevolato se la cooperazione e la solidarietà internazionale diventassero le linee guida irrinunciabili di chi gestisce le istituzioni e detiene il potere. Ma questi auspici richiedono anche la nostra partecipazione, la necessità di divenire noi stessi consapevoli della urgenza e della necessità di mutare, a livello personale e collettivo, i nostri comportamenti e, ancora prima, i nostri orizzonti. Un orizzonte aperto e critico, per raccogliere e riunire le varie frantumazioni di cui siamo testimoni: è la sfida epocale di fronte a tutti noi, a livello personale e collettivo. Sapremo coglierla? Quale nuovo canto di gallo riuscirà a risvegliarci dal torpore e dalla indifferenza in cui ci rifugiamo per non essere travolti dai venti di tempesta che percorrono il nostro Pianeta?