editoriale di marzo

Fiumi di parole sono stati spesi per raccontare di questa nostra società liquida, secondo la nota definizione di Zygmunt Bauman (cfr anche p 16) scomparso proprio all’inizio dell’anno, una società globalizzata dove confini e riferimenti sociali si perdono e si ricompongono in modo fluido e precario, mentre il potere si allontana dal controllo delle persone. Eppure, da tutta questa generale liquidità, ecco materializzarsi e moltiplicarsi in tutto il mondo solidi muri di pietra o di filo spinato, vigilati dagli uomini e dalla tecnologia.

Globalizzazione dei mercati regolati dal profitto piú che dalla volontà dei popoli e guerre di interessi coltivati all’ombra di qualche credo religioso hanno avviato migrazioni di esseri umani con numeri a crescita esponenziale, hanno modificato le convivenze, sparso disagio e percezione di insicurezza. Il muro di Berlino, simbolo di ogni ottusa separatezza, era stato abbattuto, ne restavano allora altri 15 da smantellare per un mondo sognato libero e cosmopolita, ora ce ne sono 70, in aumento, per dividere e arginare, per frustrare speranze e illusioni di una comune appartenenza al genere umano.

Muri resi noti dalla cronaca senza indignazione e persino osannati, muri sconosciuti eppure dolenti; muri nel deserto e muri tra le case; muri reali e muri virtuali, della mente e del cuore, trapiantati nel genoma delle generazioni perché non se ne perda la memoria e resti saldo il timore della libertà. Libertà che fa paura, com’è senza confini e senza manuali per l’uso.

Il muro non è l’uscio di casa a salvaguardia della privacy e dell’intimità, ma è difesa ostile e armata, è separazione, crea identità fra chi sta dentro e chi sta fuori, tra i nostri e gli altri, sempre stranieri, sempre diversi e sempre nemici. Chi lo alza protegge la propria superiorità, fisica, di genere, sociale, nazionale e internazionale, di denaro, di cultura e di religione. Anche internet, la rete universale, innalza i suoi muri: tra le informazioni, quelle da conoscere e quelle da oscurare, quelle del mi piace che le invera e quelle del pollice verso di certo sbagliate, sotto il vigile controllo di algoritmi scritti da un pugno di imprese che definiscono a priori anche i desideri e le tendenze dei nuovi cittadini dell’era digitale, quei netizen sparpagliati in variegati gruppi social, ben decisi a chiudere le porte a chi non condivide bandiere, gusti e insulti.

Cadute le ideologie di tradizione, confusa la distinzione fra sinistra e destra, disorientata dagli esodi etnici e culturali, resa fragile dalla crisi economica e dalle incursioni del terrorismo, la politica del mondo grasso in cerca di consenso sventola il vessillo della chiusura, rispolvera vecchi nazionalismi, ne fa identità, e li suggella con i segni esclusivi della religione patria. Queste radici, dichiarate cristiane e base dei valori europei e occidentali in genere, non affondano però nella misericordia implorata da Francesco papa, non si connettono all’evangelo, perché l’evangelo non è confessione religiosa identitaria ed escludente, forse non è neppure una religione, ma di certo è sapienza antropologica e per questo universalmente umana, rivolta ugualmente a chi sta dentro e a chi sta fuori.

Dal modo in cui sapremo trattarci gli uni gli altri per coabitare il mondo dipenderà il bene comune e il futuro di tutti e la generazione dei millennials dovrà scegliere se barricarsi nella nostalgia di un passato non ripristinabile o insistere con coraggio nell’aprirsi al futuro in direzione ostinata e contraria ai venti di questo difficile momento della nostra storia per immaginare sintesi alternative alla logica dei muri.