editoriale di maggio

La chiesa a una svolta evangelica? Questa è la speranza che papa Francesco, nei primi tre anni del suo pontificato, ha suscitato in molti, e noi tra questi. Uno stile diverso, meno regale, attento agli emarginati, agli scarti, ha conquistato anche non credenti o credenti in altre religioni. L’uso della diplomazia nella costruzione di ponti, le parole chiare dette ai grandi della terra hanno suscitato emozione e fiducia. Il suo mettere in discussione la curia romana e pensarla come centro di servizio e non di potere ha forse inquietato i potenti laici e in talare, ma ha dato voce a chi nella chiesa ancora crede nell’evangelo e pensa che quella sia la strada. Il decentramento a favore delle periferie del mondo, in occasione di questo anno giubilare, ha colpito e interrogato. Lasciarsi prendere dall’entusiasmo delegando a Bergoglio anche quanto spetta a tutti i fedeli, sorridere quando rimprovera i cristiani da salotto o rifiuta le offerte di denaro sporco, senza mettersi in discussione, senza accorgersi di essere coinvolti in stili di vita poco evangelici è un rischio da tener ben presente. Certo è importante appoggiare le sue parole e i suoi gesti, sostenerlo di fronte ai suoi detrattori, ma chi riconosce in lui lo spirito dell’evangelo deve essere stimolato a farsi carico in prima persona dei problemi e delle speranze, in un cammino personale fatto di opere, studio e fantasia, nella consapevolezza che è sí Dio a operare il rinnovamento, ma chiede a ognuno di farsi suo tramite.

La nostra riconoscenza a Francesco non può essere papolatria, ma conversione duratura anche quando di lui resterà solo la gratitudine di averlo conosciuto. E la conversione, impegno permanente del cristiano, comporta in primo luogo il superamento di ogni carattere idolatrico del dio in cui crediamo perché l’idea di Dio condiziona poi i comportamenti. A questo sollecita la Misericordiae Vultus: «Lo Spirito Santo che conduce i passi dei credenti per cooperare all’opera di salvezza operata da Cristo, sia guida e sostegno del Popolo di Dio per aiutarlo a contemplare il volto della misericordia» (n 4). Contemplare il volto di Dio guidati dallo Spirito significa accorgersi che «Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità» (n 2) e, come diceva san Tommaso, in essa si manifesta specialmente l’onnipotenza divina (Summa Theologiae, II-II, q. 30, a. 4). Ma significa anche lasciare affiorare i propri dubbi, mettere in discussione le certezze tranquillizzanti che pretendono di rinchiudere Dio nella propria visione del mondo, ma sono ingannevoli perché Egli va sempre oltre ogni umana conoscenza, significa accettare uno spaesamento… Lo Spirito, come il vento, scompiglia, mette sottosopra, porta nel deserto come ha fatto con Gesú all’inizio della sua missione.

È la strada per maturare una fede adulta. Lo Spirito, infatti, ci è stato donato perché ci assumessimo la responsabilità di scegliere, decidere, camminare con le nostre gambe al seguito di Gesú che ci ha rivelato il volto del Padre ben oltre le strutture sacrali delle chiese storiche. Perché sapessimo discernere i segni della tenerezza di Dio per noi e soprattutto per chi è solo, abbandonato, chi vive nella sofferenza, chi è smarrito, e accettassimo di farci segno a nostra volta della sua vicinanza con atti anche minuscoli, ma che testimoniano come il Padre si prenda cura di tutti, superando l’indifferenza e lo scetticismo a cui ci spinge il bombardamento di notizie negative.

Come osservava lo stesso papa Francesco «la Chiesa, in questo momento di grandi cambiamenti epocali, è chiamata a offrire piú fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio. Questo non è il tempo per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale» (omelia 15 aprile 2015).