editoriale di febbraio

È davvero raro che qualcuno fra gli innumerevoli incontri quotidiani, occasionali, previsti, cercati si  trasformi in un incontro vero. E, anche quando l’incontro avviene, può affogare in finzioni e formalismi, fallire per innumerevoli altri accidenti o sfociare nella chiusura, se non nella negazione dell’altro. L’altro è impegnativo e, a volte, troviamo modo di mettercene a riparo, persino con buone maniere quando non con le cattive.

Il cuore dell’incontro è sovente il confronto tra punti di vista e, pensando alla pluralità di tanti, eccentrici e inattesi punti di vista fra cui accade di trovarsi a disagio, può venire alla mente Sartre che, nel suo dramma A porte chiuse, identificava gli altri con l’inferno (L’enfer sont les autres).

Con il punto di vista dell’altro, al singolare, non va molto meglio; il confronto a due è fonte di scoperta di cose nuove, ma può anch’esso spiazzarci su ciò che sentivamo familiare, e ridimensionarci, se scopriamo che, nell’opinione dell’altro, siamo solo – se va bene – un’ombra sullo sfondo.

Invece che al confronto si può cosí arrivare allo scontro, soprattutto quando il punto di vista dell’altro, discutibile, lontano, magari ostile lo sperimentiamo nelle azioni, piú che nelle parole.

Un incontro vero, scambio sincero, profondo, che ti riconosce nella tua umanità, riesce rare volte. Non ci illudiamo quindi di trovare una via facile per realizzare un incontro vero: considerando anche che il disagio avvertito da noi potremmo a nostra volta crearlo all’interlocutore. Ogni incontro resta tuttavia occasione di apertura verso la vastità di quanto si sprigiona, di delicato – magari di scomodo o persino di controverso – ma alla fine di ricco e pieno. Ogni occasione, poi, è un caso a sé, e dubitiamo si possa generalizzare.

Il confronto/scontro, viceversa, scatenerà maggiore o minore irruenza verbale, emotiva o persino fisica: tre modi di reagire che, magari meno drammaticamente, ricordano il triplice furore di elementi che scuotono il biblico profeta Elia nella grotta: vento impetuoso, fuoco e terremoto.

È l’episodio, molto citato (1Re 19), in cui Elia riconosce, infine, la presenza di Dio, non nel vento o nel fuoco, ma nella brezza sottile. Questa brezza si discosta dal precedente scatenamento di elementi; nel parallelismo che abbiamo fatto con i modi di reagire ai nostri interlocutori, possiamo soltanto considerarla irruzione in un ordine diverso e, si sia credenti o no, vederci un superamento dalla categoria della disputa, verso un orizzonte dello sguardo e dell’ascolto in cui cogliere la sommessa allusione a un oltre.

Il credente proverà quindi a disattivare la dimensione conflittuale dell’incontro e vedervi la comprensione amorevole ed equidistante delle nostre parzialità, sentendo forse di poter attingere a uno sguardo paterno con la preghiera, e non certamente per imporsi e sentirsi dalla parte del giusto.

Il non credente potrà superare la conflittualità realizzando di essere soltanto parte di qualcosa che richiede uno sguardo altro, e che non si esaurisce nei punti di vista dei due interlocutori.

Se questo superamento avviene, il punto di vista germoglia in sguardo, e renderà possibile la crescita dell’incontro: in fondo, forse, anche perché possiamo cosí arrivare a condividere qualcosa di piú vero, piú vivo, piú profondo che non il punto di vista.