editoriale di settembre

Quanto il passato condiziona il nostro presente? Quanto è inevitabile e quanto può fornire strumenti utili alla comprensione del presente e all’orientamento del futuro? Il passato è la nostra storia, la nostra esperienza, se siamo quel che siamo è perché proveniamo da qualcosa che ci ha costruiti e formati. La nostra civiltà e le nostre società sono il frutto di un percorso imprescindibile, di una inculturazione che ci ha fatto vettori di paradigmi socio-culturali difficilmente ignorabili. Tuttavia, viviamo un presente che aspira al suo futuro prossimo immersi in una cultura collettiva poco disponibile a considerare il passato, forse convinta di non potere, o non sapere, costruire quel futuro sentito sempre piú incerto.

Vogliamo ora chiederci quanto le categorie del passato siano utilizzabili per comprendere le fenomenologie attuali. Di fronte a svolte epocali impreviste e imprevedibili – rivoluzioni, guerre, cambiamenti degli assetti produttivi, rivolgimenti sociali, trasformazioni tecnologiche… – occorre attivare capacità critiche e approcci multidisciplinari in grado di ipotizzare e considerare le diverse variabili degli sviluppi futuri.

Il presente, per essere compreso, necessita con priorità di acquisire ciò che è vero in distinzione da ciò che è falso prima ancora di distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto: in primo luogo dobbiamo capire ciò che succede e poi studiarne le valutazioni. Rifarsi, allora, a categorie del passato può trasformarsi in una gabbia ideologica che ci fa apparire il presente come inadeguato e noi abitanti estranei al contesto. Ma il presente non è inadeguato o adeguato, il presente semplicemente è ed è la dimensione della nostra vita con la quale dobbiamo fare i conti: ma che cosa possiamo realmente?

Il passato non esiste piú, ma può offrirci utili chiavi interpretative, anche se resta prioritario capire il presente prima di emettere un qualsiasi giudizio. Nelle realtà dei nostri giorni assistiamo a conflitti tra categorie oramai inesistenti o avulse dalle problematiche di milioni di cittadini e strumentalizzazioni del disagio incapaci di garanzie progettuali. Solo mala fede o disegno avveduto di potere? Inoltre, in assenza di risposte condivise alle attualità tematiche, torna l’antico collante del nemico, il diverso da espellere e combattere per distrarre l’attenzione e ritrovare una ragione di consenso. Di fatto, quello a cui stiamo assistendo, non è solo un nuovo che fatichiamo a comprendere, ma anche un rigurgito del passato che ripropone, rimodellati, vecchi schemi di potere.

Come spesso sottolineato, la fine delle ideologie, anche quelle spicciole del quotidiano, non è affare di poco conto: oggi ogni individuo costruisce con percorsi imprevedibili le proprie consapevolezze, nonostante i tentativi di controllo esercitati dagli eterogenei strumenti di comunicazione contemporanei. E non sarà proprio il vuoto conseguente alla fine delle ideologie ad aprire la strada a poteri fondati su ignoranza e arroganza? Non è sempre dal mix di esperienza vissuta e cultura che traiamo le categorie per valutare anche il giusto e l’ingiusto?

Andiamo verso una umanità all’incrocio di sfide inedite, da comprendere nelle sue speranze e nelle sue aspirazioni, esistenziali e di vita spicciola; un’umanità dalle grandi potenzialità ingigantite dalle risorse tecnologiche, in mobilità permanente nei suoi assetti organizzativi, ma che ancora produce scarti, quel resto di umanità esclusa, abbandonata agli affanni della sussistenza quotidiana nelle periferie del mondo.

Certo, bisogna capire quel che sta avvenendo, per non correre il rischio evangelico di mettere vino nuovo in botti vecchie. Ma anche le botti nuove sono fabbricate con tecniche ereditate!