editoriale di dicembre

Nel tempo di una pandemia non ancora lasciata alle spalle distanza e vicinanza, opposti nel significato, si sono inaspettatamente correlati in un’unica esperienza, sono diventati poli di ossimori esistenziali di questo nostro tempo incerto e contraddittorio, dove la realtà si intreccia ormai con la rete e i flussi emozionali sembrano sempre piú condizionati dai social. Gettati nel virtuale abbiamo sperimentato il sentimento dell’assenza, di un abbraccio, di un bacio, di una mano sulla spalla… ma abbiamo anche provato l’insofferenza per vicinanze diventate lontananze e trovato conforto in lontananze piene di condivisione, mentre i ragazzi, dati persi nelle lontananze della rete, lo smartphone sempre in mano, hanno riscoperto il piacere di ritrovarsi vicini tra i banchi di scuola, di fronte ai loro insegnanti, sia pure quando da contestare.
Ma nello stare cosí separati ci siamo sentiti anche piú sicuri, giustificati nel tenere gli altri a distanza, fuori dal personale ed egocentrico spazio privato, abbarbicati a tutte quelle sicurezze messe a rischio dalle intrusioni del mondo con i suoi problemi e di chi, vicino o lontano, ci chiede affetto o solo attenzione. Ecco, allora, trovare in noi, nel nostro essere di individui sociali, ambigui tra slanci e retromarce, tutte le risonanze dell’ossimoro che fonde vicinanza e distanza: noi siamo l’ossimoro irrisolto.
Mai appagati come individui cerchiamo un senso che non sta in noi, un bene che sia comune, ma anche di ciascuno, costruiamo visioni personali e le vorremmo collettive per avere orizzonti verso cui andare, pur ciascuno a modo suo.
Oggi fatichiamo a costruire questa prospettiva condivisa e rispettosa della pluralità, non sappiamo definire il bene comune e identificare una meta fra tante contraddizioni. Abbiamo bisogno di sicurezza che è lontananza e di fiducia che è vicinanza e oscilliamo incerti, bisognosi di discernimento, di saper distinguere fra ciò che ci fa umani e ci avvicina pur se in lontananza, da ciò che è tornaconto e ci allontana pur stando in qualsivoglia vicinanza. Andare avanti è il nostro destino, camminare insieme rispettosi del passo di ciascuno sta nella nostra responsabilità, nella voglia di studiare per riaccendere una visione, nell’umiltà di riconoscerci diversi per storie, ruoli e competenze, ma con la stessa umana dignità.
Sopra i nostri ossimori, sopra le paure e le speranze di questi giorni insicuri e inquieti, con il Natale risuona anche per noi, qui e ora, l’invito rivolto un tempo ai pastori: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Si muovono i pastori dai pascoli e dai greggi e si muovono i Magi dietro alla stella, superano lontananze per farsi vicini in un incontro, semplice come un bambino e aperto al mistero come del resto è la vita. Forse, viandanti verso un nostro Natale, di quel senso cercato lontano siamo parte anche noi e accettarlo è il rischio del viaggio: affrontare la distanza, farci prossimo l’uno all’altro senza prevaricazioni, capaci di un’accoglienza senza scarti, seduti insieme alla stessa tavola del mondo. Un’utopia, una chiave di salvezza, forse. Nel mistero del Natale un’altra lontananza si è fatta vicina: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».

i Galli