editoriale di settembre

Nelle umane relazioni a volte la discordia si irradia incontrollata come crepe in un vetro. A volte è addirittura il nostro industriarsi per avvicinare, comunicare con l’altro che ottiene il risultato opposto e riesce efficace, purtroppo, nel distanziarlo o escluderlo. Le scritture delineano una sorta di igiene delle relazioni umane che, per la sua delicatezza, potrebbe sorprendere anche una coscienza laica: per esempio la cosiddetta correzione fraterna in Luca 17 e in Matteo 18. Parole che esaltano l’importanza dei rapporti a tu per tu e caldeggiano un onesto confronto per mitigare i dissidi.
Oggi dobbiamo forse disperare di giungere a tale delicatezza che nel Vangelo di Matteo (5, 22) si spinge all’ammonizione di non definire l’altro stupido o pazzo. Non di rado gli stessi credenti sono in difficoltà a mettere in pratica tali insegnamenti. Le parole del Vangelo riprendono quelle di Levitico (19, 16-18) che chiedono di non spargere calunnie o pettegolezzi che possano danneggiare gli altri, di non covare risentimento, ma riprendere apertamente, e direttamente, l’altro per il suo bene, non per avere ragione. Le consideriamo sagge e da meditare anche oggi che pensiamo la comunità estesa a tutta l’umanità, ma non conosciamo le ricette per tradurle in pratica. Oltretutto, proprio in coda a questi ultimi versetti, è posto uno dei comandamenti piú noti e forse meno praticati: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19, 18).
Qui possiamo solo parlare dell’attenzione verso l’altro, su cui ci pare che alle parole delle scritture si possano affiancare insegnamenti di diversa natura e tradizione presenti nella storia dell’umanità. Perché questi insegnamenti si facciano prassi, dobbiamo rivolgere questa attenzione a individui nella loro umana concretezza, a cui rivolgersi con interesse, apertura, condivisione, liberi da immaginazioni o pregiudizi. Non occorre infatti arrivare all’insulto per creare fratture nelle relazioni: è sufficiente una generalizzazione che trascura come ognuno sia persona unica e irripetibile. Una delicata igiene delle relazioni deve presiedere anche alle presenze negli ambiti tecnologici: l’attenzione all’umana concretezza dell’altro deve essere ben presente quando i nuovi strumenti sembrano piuttosto celarla togliendo all’interlocutore il volto e spesso anche il nome.
Il rispetto per l’altro può trasformare gli scontri in incontri. Sappiamo che, pur faticosamente, si possono tessere legami anche attraverso le crepe di cui si parlava all’inizio. Certamente, come è saggio, ci si ritrova su quanto ci unisce e si riesce a volte a parlare poi con una sola voce; piú di rado si riesce invece a spingersi disponibili a considerare criteri dell’altro che non ci trovano concordi. Noi stessi siamo un gruppo, goccia di umanità, con i propri problemi, ma consapevoli dell’importanza di trovare in questa umanità interlocutori con cui sperimentare l’azzardo del dialogo.
Lo sguardo rispettoso necessario al dialogo ha nelle scritture un suo orizzonte nel «Non giudicate» (Luca 6, 37) che non esclude valutazioni, l’esercizio della giustizia e prese di posizione, ma impone sempre l’igiene delle relazioni di cui si diceva. Cosí la frequente affermazione «Io sono il Signore» che nelle scritture piú antiche sembra voler accreditare le parole come autentiche, può allora forse suonare: «Non sei tu il Signore», per dire che anche chi si sente portatore di una fede, qualsiasi essa sia, non può arrogarsi la presunzione di sentirla compiuta: il cammino dura l’intera vita. Dispute anche vivaci si possono, infatti, rivelare costruttive ribaltandosi poi in un sincero confronto nella tensione verso frammenti di verità che le visioni parziali nascondono.

i Galli