editoriale di luglio-agosto

«Noi speravamo…» (Lc 24, 21) è la frase piú triste dell’evangelo, diretta dai due discepoli di Emmaus a Gesú risorto che sono incapaci di riconoscere. Il dolore ci identifica, ci rinchiude, ci dona identità. Il loro sguardo è rivolto indietro, ma la speranza è sempre rivolta al futuro. Come nota Marco 6, 12 «apparve loro sotto altro aspetto»: il Crocifisso non è nel sepolcro.

Malattie, vecchiaia, miserie e morte, esperienze insopprimibili, rendono certamente amara la vita degli uomini.

Ampia nella storia dell’umanità la riflessione sulla speranza come struttura portante della condizione umana di cui il cristianesimo ha fatto una virtú teologale. Da Talete (Aforismi, VI sec aC) che la connota come «il solo bene comune a tutti gli uomini» a Esiodo (Le opere e i giorni, VIII sec. aC) che la annovera tra i doni custoditi nel vaso di Pandora – rimedio ultimo a tutti i mali – ad Aristotele (IV sec aC), «un sogno di un uomo sveglio», una virtú difficile da perseguire.

Nella mitologia romana Spes è onorata come una dea. Distinguendo false e vere speranze, il pensiero cristiano la fonda nella resurrezione che supera ogni paura ancorandosi sulla promessa di Dio. Soren Kierkegaard (1813-1855) dice che ci è data l’angoscia, ma che questa è il fondamento della speranza. E Ernst Bloch (Il principio speranza, 1959) afferma che speranza e utopia sono elementi essenziali dell’agire e del pensare, una immersione nelle potenzialità insite nel presente. Nell’enciclica Spe salvi (2007) Benedetto XVI connota la speranza cristiana come un dono della fede, comunitario, che agisce già nel presente (a differenza della fede nel progresso). Infine, Francesco ne parla come di una virtú rischiosa, una tensione.

A noi pare che la speranza sia un cammino che attraversa gli abissi del dolore, della miseria esistenziale, gli aridi deserti del non senso e del nulla, che abbia una natura dinamica. Insieme realtà e aspirazione, richiede un cambio di sguardo sulla storia. La Pasqua segna il passaggio dallo smarrimento all’incontro, il cammino del rinnegamento del desiderio autoreferenziale per aprirsi all’inedito, al mistero, allo sconosciuto, un processo di individuazione non controllabile.

Nella crisi antropologica dai tanti volti che ci attanaglia è una prospettiva ardua che passa attraverso una necessaria inquietudine. Speranza, sogno, utopia sono parenti, puntano verso una dimensione altra, un oltre sconosciuto, indicano il senso, la direzione, la prospettiva dinanzi a una realtà che sembra negare ogni possibilità di cambiamento. Oggi vi è una profonda incapacità di raffrontarsi al futuro con derive fatalistiche, pessimistiche, sfiduciate, rassegnate, derivante da una lettura angusta del presente. Il pragmatismo imperante punta alla gratificazione istantanea con obiettivi a breve termine e la mancanza di speranza non è solo individuale, ma pure di popolo.

Sperare significa raccordare il passato con il futuro, leggendo nei fatti del presente le potenzialità insite da cogliere. Implica la passione per il non ancora. Viverla cambia la prospettiva, rimette in movimento, non consente nostalgie e ripiegamenti perché intravede la possibilità di una novità di vita e cerca di perseguirla nell’incertezza e nella precarietà. È una sfida personale e sociale, sorretta dall’amore per la fraternità, la lotta per la giustizia e la pace, l’accoglienza di tutti.