editoriale di luglio-agosto

Abbiamo letto tante volte l’espressione evangelica presente nei tre sinottici con irrilevanti variazioni, e in Matteo posta a conclusione del discorso sulle beatitudini: «Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa si dovrà salare? Non serve a nulla se non a essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5, 13; Mc 9, 50; Lc 14, 34). La metafora ci interpella in molti aspetti.

Il sale è indispensabile non solo per dare sapore, ma anche per vivere: occorre però che ci sia qualcosa da salare, solido o liquido, e sbagliare la quantità, renderebbe immangiabile e distruggerebbe: i romani cospargevano di sale le città nemiche rase al suolo negando simbolicamente ogni possibilità di ricostruzione. Occorre farsi il gusto, attento e esperto, per stabilire la quantità equilibrata e anche assaporare e valutare quello che ci sta attorno, ora insipido, ora nauseante. Il richiamo è dunque a non tirarci indietro dalla responsabilità, nelle diverse occasioni e ai diversi livelli, di essere significativi, gradevoli e non sopra le righe – presunzione o aggressività –, e insieme al discernimento vigile nel giudicare quello che ci accade intorno e decidere chi sostenere e da chi prendere le distanze: «Perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 57).

Ma la metafora evangelica – non lontana da quella del lievito, Mt 13, 33; Lc 13, 20-21 – impone anche un’altra riflessione: il sale è altro, distinto dall’oggetto da salare, ma nel momento in cui viene immesso e si scioglie perde del tutto la possibilità di essere separato. Fuori metafora, dobbiamo per un verso impegnarci a dare sapore, con i nostri contributi e i nostri studi; per un altro farci disponibili a non essere nemmeno riconosciuti, uniti quindi, ma non arroccati in cittadelle, non in gruppi di marcata identità: saremo riconosciuti, anche questo sappiamo bene, dalla qualità della presenza, del rapporto con gli altri e non dai distintivi.

Ci ritroviamo a fare i conti con parole tanto familiari quanto spesso disattese a cui comunque siamo richiamati: responsabilità e non indifferenza; partecipazione e non autoreferenzialità; equità e non disuguaglianze; pace e non sovranismi contrapposti; senso critico e non appiattimento sul pensiero alimentato nelle masse acritiche televisive o interconnesse.

Conosciamo, apprezziamo e incoraggiamo i tanti impegnati nel far crescere la società, ma l’impressione dell’insignificanza è ancora diffusa e pare tanto piú ingiustificata in questi anni in cui papa Francesco si batte senza esitazioni sui grandi problemi del tempo con esortazioni non equivocabili: la rinuncia alle pretese di controlli sull’elettorato cattolico e sugli eletti, dichiarate o riservate, aumenta l’impegno alla ricerca della coerenza con l’evangelo e allo spirito della costituzione, richiamato piú volte anche dalla CEI e dal suo presidente.

Ciascuno si interroghi: la complessità dei problemi non esclude scelte diverse anche riconducibili agli stessi principi, ma dovrebbe riconoscere riferimenti comuni con i quali almeno confrontarsi e qualche orientamento condiviso sarebbe un bel segnale alla società.

Forse le chiese si vuotano anche perché il messaggio che passa dai pulpiti è nella gran parte dei casi insignificante e ripetitivo di affermazioni scontate che non pongono problemi o, al contrario, se ispirato al papa (e all’evangelo), allarmante per chi considera la fede un cuscino su cui riposare in tranquillità.