editoriale di gennaio

Il Natale appena passato ha rinnovato, in chi è disposto ad andare oltre la festa, la fiducia che qualcosa di nuovo e sorprendente può accadere: forse però non ci credono piú neppure i cristiani. Il panorama globale è certamente sconfortante e pericoloso, basta scorrere il giornale di qualunque giorno: la finanza globalizzata che produce inequità e scarti; le multinazionali con bilanci superiori a quelli di molti stati; gli integralismi contrapposti e l’impressionante aumento degli armamenti fino a temere la deflagrazione planetaria di una terza guerra mondiale, già da anni combattuta in decine di focolai; l’incapacità, o per lo meno la difficoltà attualissima, di sconfiggere i mali comuni finalizzando la ricerca alla speculazione e non alla salute di tutti; l’ignoranza chiamata libertà e l’irresponsabilità fatta potere. E naturalmente l’inquinamento del pianeta proprio dell’antropocene, cioè del brevissimo periodo della storia della terra abitato dall’umanità, determinato da chi ha consumato per decenni e da chi non rinuncia a farlo ora che se ne è messo in grado: tuttora l’impronta ecologica degli USA è trenta volte superiore a quella della Cina! Non si considera che l’uomo è della stessa sostanza della terra – non dimentichiamo il racconto biblico della creazione! – e quindi il danno per la terra è danno per ogni umano, ogni specie animale o vegetale in estinzione è un impoverimento per tutti. Se un’eccessiva indulgenza a toni apocalittici può attenuare l’impegno nella sensazione dell’inutilità, non si può perdere di vista che la terra non è fatta per l’uomo e che anche l’umanità potrebbe essere provvisoria.
Consapevoli di tutto questo, ci ritroviamo nella determinazione alla fiducia. Etty Hillesum, uccisa ad Auschwitz, indicava come dovere degli uomini aiutare Dio a fare il bene: i credenti dovrebbero farsi capaci di gridare a tutti quelli che sanno ascoltare che la fiducia non è un guanciale su cui è scritto che andrà tutto bene. Fiducia non è neppure la speranza che le cose si aggiustino, ma è un rischio su cui scommettere tutti insieme per costruire relazioni liberatorie nell’impegno per la solidarietà. Qualunque contesto, come questo tempo che ci è dato da vivere, non potrà essere giustificazione per la resa, l’inerzia, l’indifferenza. Il rischio della fiducia sarà un sí alla vita: anche la fiducia si impara, come si impara a prendersi cura invece di arrendersi alla convinzione che non si può fare nulla. Rischiare la fiducia significa utilizzare la tecnologia e le connessioni per una miglior qualità di vita per tutti e non per arricchire qualcuno; interrogarsi sempre su come si spendono i soldi privati e pubblici; riconoscere i disagi degli altri, a partire da chi è costretto a lasciare paesi in cui non è possibile vivere: ne verrà un bene per tutti.
Fiducia nella vita, anche all’inizio di questo nuovo anno, significa dunque fiducia in sé stessi, negli altri, nelle relazioni, nella ricerca, anche nella modificabilità delle istituzioni guardando la testimonianza di chi ci ha provato, laici o credenti. Ne viene una nuova visione del mondo e un nuovo senso di responsabilità anche con la consapevolezza di delusioni e fallimenti personali e sociali. Vale la pena di credere nella vita.

i Galli