editoriale di aprile

Nella nostra civiltà occidentale antropocentrismo sta a indicare una visione del mondo che pone l’uomo al centro e ne fa riferimento, mentre antropocene è definita l’attuale epoca geologica in cui l’ambiente terrestre viene fortemente condizionato a livello sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana troppo spesso devastatrice dell’ecosistema condiviso.
L’essere umano è l’unico consapevole della propria posizione nella natura, capace di percepire la realtà e di rappresentarla, seppure in maniera parziale e senza coglierne la totalità; ma riconoscerlo «misura di tutte le cose» non significa assegnare valore assoluto all’antropocentrismo. L’uomo resta pur sempre un osservatore e le misure delle sue osservazioni, in quanto parziali e culturalmente soggettive, possono essere anche sbagliate. Infatti, il controllo della scienza e della tecnologia detenuto dall’uomo occidentale a partire dal rinascimento, nonché l’incondizionata fiducia nel razionalismo per trovare risposte a ogni situazione e a ogni problema hanno sostanziato fin qui quell’antropocentrismo che è ora messo in discussione dalla crisi complessa e sistemica vissuta da tutti noi in questi primi decenni del XXI secolo.
Le parole di Francesco nell’enciclica Laudato si’… (2015) possono aiutare a capire, là dove denunciano «un notevole eccesso antropocentrico che, sotto altra veste, oggi continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali » (116) «e conduce a una schizofrenia permanente, che va dall’esaltazione tecnocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano» (118).
L’eccesso di antropocentrismo diviene cosí la causa dei mali che affliggono la nostra epoca, declinati in tutte le possibili sfumature, dalla crisi ambientale e climatica fino alle relazioni sociali dominate dalle ingiustizie e dallo strapotere economico e finanziario. Per dirla ancora con Francesco: «l’essere umano non riscopre il suo vero posto, non comprende in maniera adeguata sé stesso e finisce per contraddire la propria realtà» (115).
Emblematico si può considerare il caso del vaccino per il Covid-19, speranza per tutti di uscire dall’incubo di una pandemia epocale. Certamente un successo da ascrivere a scienza e tecnologia, alla passione della ricerca, ma anche al determinante supporto di enormi investimenti che hanno consentito risultati in tempi da record, pur se con qualche incognita sulla completa efficacia della copertura vaccinale. Nella distribuzione del vaccino, cioè nella sua commercializzazione, gioca, però, un ruolo fondamentale la posizione delle case detentrici dei brevetti che, come stiamo constatando, fanno prevalere interessi aziendali ed economici, trasformando un bene comune, il vaccino appunto, in merce di scambio accessibile per chi se lo può permettere, come già era successo, per esempio, con l’acqua la cui disponibilità ha subito una analoga mercificazione.
Resta quindi pressante la necessità di modificare i modelli di sviluppo e gli stili di vita individuali, per arrestare il degrado che è certo ecologico e ambientale, ma anche, spesso per conseguenza, ingiustizia, emarginazione, esclusione dei poveri della terra dai beni necessari per vivere, come il vaccino di cui stiamo parlando. L’immunità, dal virus attuale come da ogni altra calamità incombente, non può essere che di gregge, ossia di tutti, perché ci si salva o ci si perde insieme. In tutti noi, nodi di una globale connessione esistenziale, scorre, condivisa, la stessa vita, laicamente sacra e senso profondo di un diverso umanesimo.