editoriale di giugno

Che cosa si salva tra le macerie di una guerra, di questa strana guerra europea di cui tanto si è detto e molto si è taciuto? Poco, forse nulla, verrebbe da rispondere, e il pudore esige silenzio in chi, incolume e lontano, ha potuto solo assistere e con patire. Ma la dignità di coloro che hanno sofferto sí, la dignità deve essere salvata, anche tra le perdite, nel dolore e nel lutto, perché è un dovere oltre che un diritto, e una condizione imprescindibile di umanità, perfino quando viene calpestata.
In una tra le pagine piú alte del Quattrocento italiano, Pico della Mirandola riassume nella dignità l’essenza specifica dell’uomo, perché unico tra le creature può plasmare sé stesso coltivando liberamente le sue potenzialità. Potrà ignorarle conducendo una esistenza soltanto vegetativa; potrà degradarle vivendo da bruto, oppure onorarle secondo ragione, e ancora esaltarle innalzandosi tra gli spiriti celesti fino a un’intima comunione con Dio; ma sempre libero di determinarsi e dirigere la sua propria volontà.
Tale infatti è la cifra del De hominis dignitate, primo e originale manifesto dell’antropocentrismo rinascimentale. Forse è un’utopia, necessaria però, perché la difesa e la coscienza della dignità sono traguardi alti, indispensabili ovunque, soprattutto quando sembrano attenuarsi e mancare. Il declino di un popolo si misura infatti dal deficit di dignità che i suoi componenti sono in grado di esprimere; e viceversa la forza morale è segno del rispetto di sé e requisito per affrontare a ciglio asciutto il dolore che la vita riserva.
Non solo nella rivelazione estrema di una guerra, ma pure nella normalità quotidiana la dignità è un valore e un dovere da salvaguardare. Lo ha ricordato il presidente Mattarella il 2 febbraio scorso, in occasione del giuramento del suo secondo mandato, quando ha concluso il discorso alle Camere con un appassionato richiamo in difesa della dignità, nominata per ben diciotto volte. Dignità non solo sociale, in quanto «caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo » – ha puntualizzato – ma anche per il suo «significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone» e che coinvolge l’intera collettività, come afferma l’art. 3 della Costituzione.
Dalla sicurezza sul lavoro all’opposizione al razzismo e alla violenza sulle donne; dalla protezione degli anziani e dei disabili alla difesa da ogni connivenza con la criminalità; e ancora dalla tutela del diritto allo studio alla salvaguardia della maternità, Mattarella ha inteso fare della dignità «la pietra angolare del nostro impegno, della nostra passione civile».
È un impegno forte, che ci chiama in causa come cittadini e come cristiani, e che, in quanto tali, ci interroga sulla nostra disponibilità a coinvolgerci e ad agire. Ci interroga anche sulle nostre mancanze e sui nostri limiti e ci inquieta, perché sentirci indegni non fa bene alla nostra autostima e scoprire di esserlo o di esserlo stati è anche peggio; però il Domine non sum dignus, oltre che utile esercizio di umiltà e lucido riconoscimento di debolezza, è anche necessaria premessa alla correzione e speranza di interiorizzazione del dovere della dignità, verso sé stessi e nei confronti degli altri.

i Galli