editoriale di settembre

Anche nell’acceso contesto della campagna elettorale, il dibattito sul reddito di cittadinanza è aperto a livello nazionale con forti contrasti. La questione si presta a differenti considerazioni, da quelle politiche a quelle economiche e sociali: semplificando si può definire la destra contraria e la sinistra favorevole. La stessa divergenza è peraltro riscontrabile nel tessuto sociale del paese. Le argomentazioni sono per lo piú nette e decise: da un lato si attribuisce al reddito di cittadinanza il merito di aver sottratto le fasce piú basse dei salariati, veri e propri schiavi dell’era moderna, agli speculatori di settore, portando nello stesso tempo un aiuto concreto a chi si trova in difficoltà; dall’altro, per contro, lo si ritiene colpevole di un autentico sabotaggio delle imprese che faticano a reperire la mano d’opera necessaria, mentre, per quanto riguarda i lavoratori, demotiva la ricerca di una occupazione e non si affronta il problema dei NEET (Not in education, employment or training), giovani di età compresa tra 15 e 29 anni non occupati, né inseriti in un percorso di formazione.
Certo, come cristiani, non possiamo che dirci sensibili alle misure rivolte al sostegno delle fasce piú deboli della popolazione, i poveri, gli ultimi che, spinti ai margini della società, non riescono ad andare avanti. Naturalmente i provvedimenti adottati dovrebbero avere una migliore messa a punto sia nei tempi sia nelle modalità di applicazione: per esempio, si poteva dare un reddito in cambio di un lavoro part-time tra quelli ritenuti socialmente utili. Si possono però immaginare le voci contrarie, specialmente nei settori interessati da lavori stagionali.
Comunque, le nostre società cambiano, forse non sempre in peggio. Il nostro paese, pur nelle sue contraddizioni, riesce a mantenere, nonostante i numeri consistenti della disoccupazione forse temperata dal cosiddetto lavoro in nero, un decoroso standard di vita che potrebbe essere allargato dalla rimozione dell’inaccettabile evasione fiscale (a partire dall’imposizione indiretta, come l’IVA) salvo per chi ha un reddito da lavoro dipendente con ritenuta alla fonte.
L’introduzione di protezioni può creare dubbi e timori, ma la Costituzione italiana tutela il lavoro su cui si fonda a partire dall’art 1, nonché valori come la dignità, la solidarietà, le pari opportunità e i diritti dei cittadini nei diversi aspetti della vita sociale e lavorativa. Cosí riteniamo che il reddito di cittadinanza, da correggere negli errori e negli abusi truffaldini, insieme al salario minimo garantito, al rispetto delle regole contrattuali, alle libertà sindacali, alla sicurezza sul luogo di lavoro e all’offerta di un sistema sanitario efficiente anche nelle emergenze, costituisca il giusto retroterra su cui poggiare la nostra convivenza pur se molto resta un traguardo da raggiungere perché la nostra diventi una democrazia compiuta.
Il reddito di cittadinanza rappresenta un costo per i contribuenti, ma lo sono, e molto di piú, le spese per gli armamenti militari. Il vero problema politico di base è l’uso del denaro raccolto attraverso le tasse che devono essere lo strumento di redistribuzione della ricchezza restituite ai cittadini sotto forma di servizi aggiornati ed efficienti. Ci auguriamo che, a urne chiuse, i problemi non siano solo come formare un governo, ma anche quanto interessa ai cittadini.

i Galli