editoriale di gennaio

Il 2018 si apre con un folto numero di emergenze che descrivono situazioni critiche, talvolta di grave pericolo per la salute, il lavoro, l’economia, la pace, la politica e la società in cui viviamo. Si tratta di problemi complessi, non solo complicati, per i quali non esistono soluzioni deterministiche, governate da leggi causa-effetto. Tutto appare incerto e, in un certo modo, imprevedibile: sicché le ricette di tanti leader che giocano, fornendo soluzioni semplici, sugli stati d’animo della loro audience, nel tempo accumulano una serie di danni che peggiorano la situazione.

In questo quadro, la maggior parte degli individui, che nel loro quotidiano devono affrontare le devastanti conseguenze di strategie già avviate, sperimenta uno stato di insicurezza e di confusione che devitalizza ogni prospettiva di cambiamento. Tutto viene omologato all’interno di standard che fanno tendenza e mercato, ma che, alla fin dei conti, mettono in un angolo l’innovazione e la creatività necessarie alle diverse civiltà del Pianeta per rinnovarsi in modo autonomo.

La chiamano cultura convergente, ma su che cosa converge? Sui mezzi di comunicazione, sulla rete e in generale sulle nuove tecnologie o su coloro che le usano per comunicare? Le nuove tecnologie sono cariche di promesse di cittadinanza attiva, di creatività diffusa, di intelligenza collettiva, di scambio di conoscenze: tuttavia, se ci si aspetta di veder sorgere da loro la cultura convergente come un processo spontaneo e inevitabile, si finirà per trasformare queste potenzialità nel loro contrario, generando cosí una nuova massa di delusi ed esclusi.

Il punto è sempre quello: intervenire sulla educazione permanente dell’uomo e fare in modo che, mentre aumentano i mezzi tecnologici a sua disposizione, aumentino in misura almeno uguale, se non maggiore, la formazione e la trasformazione degli utenti in persone consapevoli. Al pericolo di una guerra atomica non si dovrebbe rispondere con la messa a punto di nuovi armamenti nucleari piú potenti, ma con uomini sempre piú responsabili dei pericoli a cui l’umanità va incontro con l’accelerazione nella produzione di simili armi di distruzione. A nostro avviso, c’è bisogno di uomini e donne, credenti o non credenti, cittadini della Terra, che siano testimoni, ossia che facciano esperienza nella propria vita della speranza in un domani migliore per tutti e per ciascuno. Questa speranza, per loro, non dovrebbe essere una illusione, ma un dato reale posto a fondamento della loro vita e che diventa sorgente per un nuovo mondo generato anche con il loro contributo. Albert Einstein sosteneva che il mondo è un disastro non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’indifferenza dei giusti, informati, ma indifferenti. E se iniziassimo, in sintonia con le idee che Konrad Lorenz, il grande etologo premio Nobel per la medicina, a essere anche noi meno indifferenti alla sovrappopolazione della Terra che costringe ciascuno di noi a proteggersi in maniera disumana; alla devastazione dello spazio vitale, non soltanto di quello esterno, ma anche di quello nell’intimo dell’uomo che ci fa perdere il senso della bellezza e della grandezza della creazione che ci sovrasta; alla competizione tra gli uomini che si continua a pensare illimitata; alla banalizzazione e all’appiattimento dei sentimenti; alla perdita delle tradizioni; alla diffusione delle monoculture di ogni tipo e in ogni settore; al galoppante riarmo atomico? Forse proprio qui stanno le premesse per una nuova creazione. E sia l’augurio per l’anno appena iniziato.