editoriale di marzo

Può capitare di osservare come e dove una persona si muove o come veste, e ci si fa un’idea, quando poi la si sente parlare, a volte, quell’idea si modifica: il suo linguaggio ci dichiara la sua personalità, la cultura, l’ambiente abituale. Ogni epoca e ogni età ha il suo linguaggio e noi, che abbiamo già vissuto qualche decennio, ci troviamo a dover subire il linguaggio di oggi che si arricchisce di neologismi e di variazioni di significato piú rapidamente che in passato. Si moltiplicano e si potenziano i mezzi di comunicazione, vengono meno inibizioni e controlli sociali, mentre espressioni e intercalari ammessi solo nel privato o tollerati solo nei maschi passano dalla sfera privata a quella pubblica maschile e femminile. Il linguaggio connota e denota secondo la volontà di chi lo usa: i barconi dei migranti diventano crociere nel Mediterraneo, le strutture di accoglienza sono la pacchia che deve finire, il condono diventa pace fiscale e molto altro. In politica si scelgono le espressioni ritenute piú gradite e nella pubblicità dilagano riferimenti espliciti o allusivi alla sessualità o a valori esistenziali attribuiti a prodotti della banalità quotidiana: e la vita ti sorride…

Il linguaggio diffuso assume spesso un carattere volgare e di rottura, non solo liberatorio, ma aggressivo e diffamante che dà a chi lo usa una presunzione di superiorità. Questo atteggiamento è contagioso: chiunque si sente libero e forte nel parlare senza rispetto e si fa passare come moderno un linguaggio razzista e xenofobo. Un imbarbarimento che porta all’esaltazione della violenza, della rabbia e della cattiveria, conquistandone le menti e i cuori. Sociologi e linguisti spiegheranno le cause e lo sviluppo di un certo tipo di linguaggio, noi cerchiamo di cogliere il significato culturale di questo fenomeno.

Osserviamo come attraverso i social il modo di esprimersi quotidiano interpersonale si estende all’ambito pubblico, diffondendo parole e modi di dire che ci si sente quasi costretti a usare per non farsi giudicare, o sentirsi, passatisti. Per un verso l’uso del linguaggio di tutti i giorni, specialmente nel suo aspetto piú volgare e triviale da parte dei politici, mentre offende una parte della popolazione, si propone come popolare, prossimo al sentire e al parlare della gente di cui si cerca la fiducia; per un altro fa riconoscere nel politico l’uomo forte capace di decisioni immaginate efficaci e positive: cosí trovano successo elettorale, e non solo in Italia, uomini privi di cultura senza chiarezza negli obiettivi, senza proposte motivate né analisi problematiche, di cui, invece, la politica dovrebbe nutrirsi. E i risultati sono deprimenti e pericolosi.

Sembra passato il tempo del politicamente corretto che, fatta la tara sul rischio di ipocrisia del termine, significava anche rispetto e considerazione per un modo di comunicare proprio di una cultura dei rapporti pubblici fatta di rispetto, di gusto al confronto, di capacità di argomentare. Sarà possibile un’inversione di tendenza? Se ci sarà, sarà un segno positivo, ma sembra poco probabile attendersela a breve termine: non possiamo tuttavia lasciar cadere la speranza di una reazione diffusa, che nel quotidiano riscopra il valore non solamente estetico di un modo di comunicare corretto, civile e bello. Il primo passo potrebbe essere non compiacersi delle espressioni volgari, non plaudire e non premiare elettoralmente chi se ne vale per riportare il piano del dialogo sui contenuti, attraverso il garbo, la stima e il rispetto anche nel parlare quotidiano.