editoriale di aprile

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Con la speranza che, quando queste righe saranno sotto gli occhi dei lettori la diffusione del coronavirus
Sars-CoV-2 e della sua patologia Covid-19, dichiarata pandemia dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), abbia cominciato anche in Italia la flessione, qualche considerazione vale comunque a riflettere sui comportamenti umani, sulla stretta relazione fra l’umanità, la natura e l’intero universo. Una volta si parlava di castighi divini – c’è chi ancora scrive che si tratta di una punizione celeste per l’ostinato ateismo cinese – e si implorava la cessazione del contagio con affollate cerimonie votive, oggi si sospendono liturgie e si dispongono misure clamorose: ma la rinuncia all’eucarestia non mette in discussione la fede e l’isolamento necessario non riduce le relazioni.
I virus hanno sempre avuto funzioni importanti nella storia della vita sul nostro pianeta, sia positive, per il suo mantenimento, il suo sviluppo e la sua evoluzione, sia devastanti, come, per esempio, nel caso dell’epidemia di influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, forse la peggiore di tutti i tempi, con 500 milioni di contagi e una mortalità calcolata fra il 3 e il 5% della popolazione mondiale, compresa quella sperduta nelle zone artiche e nelle isolette degli oceani. Oggi la situazione è critica perché non sono chiare le modalità di evoluzione del virus che, pur individuato nella sua natura, si diffonde in modo caotico e non lineare, mentre ancora a lungo non sarà disponibile uno specifico vaccino.
Per la prima volta dal dopoguerra siamo stati costretti a cambiamenti nella vita quotidiana. Sulle responsabilità della politica ragioneremo a crisi conclusa, ma alla diffusione del virus ha contribuito la difficoltà dei cittadini ad adeguarsi alle norme, secondo il vezzo italico della trasgressione. La consapevolezza del rischio e il silenzio surreale delle nostre città sono ormai un invito a ripensare, come spesso si dice, alla necessità di cambiare mentalità, nelle gerarchie di valori, nel rispetto dell’ambiente, nell’indifferenza per tragedie che non possiamo ignorare anche se lontane.
Certamente paura e ansia sono difficili da dominare, ma possono insegnare a pensare alla condizione della vita umana nella complessità delle sue relazioni. I comprensibili timori mettono in evidenza l’aspetto piú negativo della fragilità umana: la debolezza della vita incrinata dalla malattia e dalla condizione di anzianità, situazioni che vorremmo ignorare, persino negare, inseguendo i miti che ci vorrebbero invulnerabili e sempre al sicuro, come non è possibile nella realtà.
Ma dietro ai grafici delle statistiche, nelle drammatiche situazioni che abbiamo avuto modo di vedere, e non sempre determinate dal contagio, ci sono le persone, non i numeri della cronaca, ma persone che soffrono, testimoni spesso inconsapevoli della fragilità umana. Quella fragilità che ci rende vulnerabili e dovrebbe farci parlare con il linguaggio della sensibilità, fatto di delicatezza e sfumature. L’uomo che Leopardi definisce nobile: «Tutti fra sé confederati estima // gli uomini, e tutti abbraccia // con vero amor, porgendo // valida e pronta ed aspettando aita // negli alterni perigli e nelle angosce // della guerra comune».
Se riusciremo a cogliere e a vivere l’intimo legame tra gli aspetti apparentemente contraddittori dell’esperienza vissuta, allora, forse, si sgretolerà il mito dell’uomo invincibile, che getta sempre il cuore oltre gli ostacoli, e potremo scoprire la nostra relazione con il fenomeno vita. Una relazione profonda, tenace e resiliente che la nostra specie, da miliardi di anni, condivide con gli altri esseri del pianeta e con il cosmo intero. Accogliere come una chiamata alla libertà e alla responsabilità sia per noi segno di resurrezione.