editoriale di maggio giugno

Tornano alla mente le molteplici argomentazioni del Documento sulla Fratellanza Umana, per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, firmato nel febbraio del 2019 da papa Francesco e dal Grande Imam Al-Azhar Ahamad al-Tayyib in occasione del viaggio pontificio negli Emirati Arabi Uniti. Da riprendere e non dimenticare, segno contro l’indifferenza: poche righe non bastano, mentre gli eventi di questi ultimi tempi confermano quanto sia veritiera l’affermazione che, sul nostro pianeta, a latitudini diverse, si stia combattendo «una terza guerra mondiale a pezzi», pezzi che nel tempo sembrano minacciosamente compattarsi. Le immagini dei palazzi distrutti, delle strade vuote, dei pianti di donne uomini e bambini arrivano nelle nostre tiepide case, dove «viviamo sicuri e tornando troviamo cibo caldo e visi amici», con le famose parole di Primo Levi: immagini che, pur tra qualche rammarico, scivolano via liquide, come direbbe Edgar Morin, il filosofo francese ora piú che centenario,
Fino a non molti anni fa, per invocare la pace e mettere fine a quella «figlia dell’inferno» che è la guerra si riempivano le piazze con manifestazioni che costringevano a pensare, a prendere posizione, a uscire dall’indifferenza. Anche oggi non mancano appelli sui social, marce silenziose, fiaccolate spontanee, ma vengono ignorate dagli uomini di potere, come in passato, ma ora anche disattese, se non disapprovate, dalla gente comune.
Nel Documento sulla fratellanza umana, si apprezzano i successi della nostra realtà contemporanea, si vivono i suoi dolori, le sue sciagure e le sue calamità, ma si aggiunge che tra le piú importanti cause della crisi del mondo moderno, vi sono «una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi». Si legge anestetizzata, proprio con il significato di essere priva di vitalità. Nulla di piú vero e non è neppure il caso di elencare quanto sta accadendo nel nostro mondo.
Sarà possibile in qualche modo ritrovare una coscienza responsabile e avvicinarsi a un senso religioso dato per perduto? Chi ne abbia avuto esperienza sa che dall’anestesia ci si sveglia. Non tanto in forma, ma con il passare dei giorni si riacquistano forza fisica e la capacità di elaborare il pensiero. Dovrebbe essere lo stesso per la coscienza che diventa consapevole e civile quando le donne e gli uomini di ogni tempo si informano, partecipano, trasmettono il gene della democrazia. Si confronta con l’altro, anche il piú lontano, per trovare insieme una strada da percorrere, quella della pace, della giustizia sociale, dei diritti da proteggere e difendere.
La riconoscibilità del cristiano non sarà nella liturgia o nelle assemblee religiose, necessarie per incoraggiare passione e fedeltà, ma nella coerenza e nella condivisione con l’umanità dell’impegno per uscire insieme dall’anestesia di cui si diceva. Le beatitudini (Mt 5, 1-12), «le parole piú alte del pensiero umano» (Gandhi), restano disattese anche dalle chiese: ma lo spirito, la ruah che dà la vita all’umanità non manca nella brezza leggera di cui parla Elia (1 Re 9, 12): chiunque riesce ad accorgersene, nei sacramenti o nel proprio spirito, sa che «nulla va perduto nella nostra vita, nessun frammento di bontà e bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia».

i Galli