editoriale di gennaio

Negli anni ’60 si usavano le cineprese 8mm. Era la prima possibilità concreta di fare film, e le istruzioni per l’uso erano diverse, e variavano a seconda del tipo di cinepresa; alcune indicazioni riguardavano le modalità di ripresa, e in particolare, per quanto riguardava il succedersi delle scene, si consigliava di rimanere intorno ai sei secondi e non di piú. Se oggi rivediamo quei vecchi filmati ci appaiono lenti: sono proprio lontani i Caroselli per chi li ricorda. Oggi è raro che in un film si superino i tre secondi per scena, e addirittura nei servizi giornalistici di solito la telecamera non si sofferma piú di un secondo su un soggetto, per non parlare degli spot pubblicitari, limitati spesso a un flash o poco piú.
Forse per un giovane tutto ciò è normale, perché non ha altre esperienze, ma chi nel corso della vita ha subito un progressivo rallentamento del pensiero e una pioggia di immagini sempre piú brevi e in rapida successione conosce una difficoltà crescente a seguire la narrazione di un film o il senso del succedersi di immagini in uno spot pubblicitario.
Tutto ciò rientra nel normale ritmo della vita e dobbiamo prenderne atto, ma non possiamo escludere che almeno in certi casi questa accelerazione sia in qualche modo organizzata da un’anonima potente volontà, per meglio raggiungere un obiettivo. In particolare, il linguaggio pubblicitario è fatto di parole e immagini: non importa quello che si ascolta o si vede, ma quello che rimane impresso, consciamente o inconsciamente, nella memoria del cittadino consumatore. C’è un modo di dire: veloce come il pensiero, ma quando il pensiero è superato da qualcosa di piú veloce viene meno la possibilità di elaborazione di ciò che entra nella nostra mente.
Nella tecnica pubblicitaria si tende a superare la velocità del pensare con lo scopo, assai preoccupante, di controllare il nostro pensiero, di creare consenso, di far nascere bisogni a cui si offre l’appagamento. E tutto questo nei mezzi di comunicazione sempre piú invasivi, sia la televisione, quasi sempre presente nelle nostre case, sia la rete. Il nostro pensiero non riesce a soffermarsi su una parola o su un’immagine, e quindi a valutare le informazioni e scegliere consapevolmente, ma viene condizionato dall’inconscio in cui il messaggio è penetrato pilotato nelle scelte, siano commerciali o politiche. Il Grande Fratello è sempre piú potente e invasivo: una nuova Resistenza si profila all’orizzonte, non con armi o guerriglia, ma con il rafforzamento delle difese mentali e del pensiero. La libertà non è solo avere tutela della propria sfera di azione, ma anche essere in grado di decidere, di scegliere, cioè di pensare.
Le religioni hanno forse un ruolo nella difesa da questa invadenza, non nella loro dimensione fideistica o integralista, ma come sollecitazione della spiritualità, una spiritualità umana anche al di fuori delle chiese istituzionalizzate. L’uomo spirituale vive nel mondo, ne usa gli strumenti, obbedisce alle leggi, che si impegna a migliorare, ma si ispira a valori diversi da quelli che animano il mondo. Tutto viene visto e vissuto con logiche diverse: non la ricerca del consenso o il plauso invidioso di chi vive nei grandi palazzi, ma nella ricerca dell’umano. «Osservate tutto e trattenete ciò che è buono: cosí Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (5, 21). Significa senso critico.