editoriale di dicembre

È dicembre, e incantati davanti ai presepi, sogniamo di trovarci duemila anni fa, spettatori della nascita straordinaria che i Vangeli ci hanno tramandato: non c’è però una data certa, né un indirizzo e non manca chi guarda a quei racconti come a scrigni di significati che non è facile, e neppure necessario, ricondurre a dati storici. In questo viaggio, oniricamente realistico, saremmo quindi pellegrini o forse vagabondi tra sconosciuti villaggi della Palestina in una fredda notte, attenti verso luci e brusii che indichino una nascita, ma smarriti e inquieti per il cosmico silenzio, come per quei linguaggi e segni indecifrabili per noi viventi oggi.

Come succede in ambienti poveri, ma prolifici, troveremo presto un bimbo. Con trepidazione penseremo che potrebbe essere quel Gesú che cerchiamo! Ma poi ce ne verrà indicato un secondo – forse è quest’altro! – quindi ancora altri, molti altri, e allo smarrimento si aggiungerà il turbamento dell’incertezza. In quei tanti e differenti presepi scruteremo però gli sguardi tenerissimi delle mamme rivolti agli occhi incerti dei loro neonati, l’apprensione negli occhi dei padri, gli sguardi partecipi delle comunità, quelli languidi del bestiame, gli occhi ormai offuscati degli anziani sorretti piú dall’arcaica sapienza che dalle percezioni nel presente, a fianco degli sguardi dei giovani scintillanti di ingenua curiosità.

La delusione di non aver certezza su nessuno di quei bimbi sarà quindi superata dal pensiero delle nascite sbocciate fino a oggi, innumerevoli: gli occhi e i volti di questi neonati distinti ciascuno dalla luce di una promessa e una speranza di vita piena. Rapiti, quindi, dalla visione di tutti questi piccoli, dalla vertigine di queste innumerevoli promesse, intuiremo che la venuta di Gesú non era certo a oscurarle, ma piuttosto a illuminarle, e aprire a ognuno una prospettiva.

Al risveglio, soprattutto ripensando alla vicenda cristiana, avremo piú chiaro quanto possa essere stato faticoso e costoso, per i molti di cui siamo a conoscenza, aver cercato di essere fedeli alla promessa che illuminava la loro culla. Promesse cui la stessa vita ha tarpato le ali; o altre riuscite, ma di cui non sappiamo nulla e, infine, quelle che ci paiono realizzate in figure di donne o uomini generosi che hanno fraternamente accompagnato l’umanità. Verso coloro in cui è prevalsa la rinuncia, si agiteranno in noi, invece, sentimenti contrastanti, tra rimpianto, rabbia e indulgenza: esistenze ripiegate, se non addirittura scivolate nella meschinità: per volontà, per necessità o, semplicemente, perché non aiutate?

Un ultimo sussulto, ripensando al sogno, sarà nell’accorgerci che gli sguardi delle povere persone, nei villaggi della Palestina di allora, incrociano anche il nostro e lo interpellano. Ci viene allora in mente «quell’adorabile fratello minore che abbiamo avuto tutti e di cui tutti abbiamo pianto la perdita: l’uomo che avremmo dovuto essere, l’uomo che speravamo di diventare» (Robert Louis Stevenson, British Weekly, 13 maggio 1887).

E non c’è nemmeno bisogno di essere credenti per aprirsi alla speranza di vedere rifiorire in sé, rinascere, quell’adorabile e umanissima persona. Un modo di smentire Stevenson, ma soprattutto di incarnare le parole di Gesú: «diventare come bambini» (Mt 18 1-5). Confidando cosí che gli sguardi di quelle persone, come di tutti, anche degli avviliti, possano scrutare in noi qualche barlume di luce e non il volto di persone smarrite, ripiegate, deluse.

Riuscirci è la nostra speranza per questo Natale.