editoriale di giugno

Intelligenza artificiale, robotica, informatica avanzata, iper-tecnologie, industria 4.0: piú o meno queste le trasformazioni sull’orizzonte dell’umanità per i prossimi decenni e già significativamente avviate. La quarta rivoluzione industriale sarà un salto di civiltà con ricadute sulle modalità lavorative e sulla stessa vita quotidiana, per esempio nella disponibilità di tempo libero dal lavoro. Il saldo dei posti di lavoro, secondo le diverse analisi, tende sostanzialmente alla parità, se non all’incremento, anche se non nell’immediato, cosí da  rendere difficile immaginare come sarà possibile far migrare in tempi brevi un consistente numero di operatori da ambiti di lavoro a carattere ordinario verso cicli lavorativi assistiti dall’applicazione di un’intelligenza artificiale sempre piú avanzata.
Molte analisi, anche extra-europee, curiosamente concordano nella necessità di erogare ai cittadini redditi di inclusione sociale, in assenza di lavoro proprio, per compensare le numerose esclusioni dal mercato lavorativo determinate in un primo tempo dall’avvento della nuova era industriale. Una rivoluzione che, per altri versi, potrebbe a pieno titolo fare inorgoglire l’umanità, perché intesa come trionfo della sua mente.
Siamo sulla verticale della curva quadratica: basterà, cioè, sempre meno tempo per avere un incremento altissimo delle conoscenze. Una situazione non esente, però, da quelle problematiche umano-sociali messe in evidenza da molte analisi. Per esempio, il potere mondiale potrebbe accentrarsi nelle mani di una minoranza di tecnocrati che avrebbe il controllo totale su tutto ciò che si produce o si consuma, mentre la stragrande maggioranza della popolazione planetaria si limiterebbe a consumare, molti utilizzando proprio il reddito di inclusione.
Un’altra questione riguarderebbe i lavoratori dell’intelligenza, posti a metà strada tra il lavoro dipendente e il lavoro autonomo; una posizione lavorativa oggi monitorata, perché si ritiene necessario un ripensamento del tradizionale patto capitale/lavoro con un diverso, ma indispensabile, ruolo del sindacato. Infatti, in un’impresa che opera applicando l’intelligenza avanzata qual è il soggetto investitore? L’imprenditore con il capitale o il lavoratore con anni di studio? Tutti e due, probabilmente. Inoltre, un robot non dorme, non pranza, non ha gravidanze, non pretende retribuzione… ma libererà effettivamente l’umanità dal lavoro pesante e ripetitivo? Se sí, come sembrerebbe, allora gli umani dovrebbero diventare piú ricchi, non piú poveri! Sarà cosí?
Un’ultima riflessione: come sapremo armonizzare nel mondo la compresenza di un’umanità iperevoluta da una parte e miliardi di persone  in totale povertà dall’altra? Siamo sicuri che, se pur affascinante, i denari investiti nella ricerca spaziale non sarebbero meglio spesi per realizzare l’equità sociale e la tutela del pianeta? Per non parlare dei denari spesi per gli armamenti, sempre piú sofisticati, efficienti e autonomi. Con tutta questa disponibilità di conoscenze e di tecnologia, sarà possibile eliminare le isole di plastica nei mari?
Come si vede, un futuro tecnologicamente evoluto e già cominciato apre problematiche ad ampio spettro per le quali occorreranno classi dirigenti accorte e munite di solide competenze. Tra meno di mezzo secolo, scenari oggi intravisti, ma dai contorni ancora fantascientifici, si apriranno all’umanità dei nativi digitali. Ma tutta questa evoluzione tecnologica incrementerà la giustizia e la felicità in un pianeta con futuro o dalle sorti incerte? Amore, arte, spiritualità troveranno spazi nei tempi liberati dalle urgenze materiali? E che cosa può e deve fare ciascuno perché la rivoluzione antropologica non sia disumana?