editoriale di dicembre

Chi fra i lettori ha memoria delle celebrazioni del Natale degli anni cinquanta ricorderà l’emozione dell’attesa, i calendari dell’avvento con le finestrelle da aprire dall’inizio di dicembre, le pratiche religiose. Forse ricorderà sé bambino con lo stupore negli occhi in quella notte magica, eccezionalmente concessa, con la messa nella chiesa gremita, a cui andare in tempo per non restare in piedi, con i canti della tradizione che parlavano di stelle, di freddo, di pastori, e il presepio, suggestiva rappresentazione in un tempo senza televisione. Al ritorno, la gioia per i regali portati da Gesú Bambino, magari con qualche dubbio sulla sua identità, e il giorno dopo il pranzo con piatti preparati solo in quell’occasione e la tombola in famiglia. Per qualcuno magari un gesto di condivisione, una visita a qualche parente anziano a cui pure si accendevano gli occhi.
Con il passare dei decenni, negli anni del boom, Natale è diventato una festa sociale, preparata ben prima di dicembre, con le luminarie nelle strade, grandi regali, mille impegni, vacanze, pranzi con successiva dieta per il recupero della linea. Permaneva qualche abitudine: alla messa di mezzanotte nelle chiese ancora piene si percepiva piuttosto l’ossequio a una tradizione che l’emozione per l’evento, mentre Gesú Bambino e il presepio venivano affiancati o sostituiti da Babbo Natale e dall’albero.
Nei gruppi cristiani piú attenti allo spirito del concilio, evento di riferimento in quegli anni, si cominciava a osservare lo stridore fra quel culto pagano al dio del consumo, e l’evento originale, la nascita in periferia fra poveri di un bambino che avrebbe denunciato le contraddizioni e proposto una umanità diversa, aperta, solidale, pacificata. Feste, doni e canti diventano accettabili se annuncio di una nuova umanità: dopo la nascita del Signore, comunione tra Dio e la creazione, la vita, la storia, non si può mettere al centro la propria felicità. La salvezza è offerta a tutti, ma sono pochi gli orecchi capaci di ascoltare. E siamo ai nostri giorni. Gli dei consumo e mercato hanno conquistato gli altari del dio cristiano e il loro culto viene universalmente celebrato con lunghi preparativi e preziosi riti, ritorno alle feste pagane del solstizio presenti in quasi tutte le religioni arcaiche. Qualche stereotipo stilizzato dell’iconografia tradizionale – stelle, angeli, capanne… – è svuotato dagli echi di un evento di cui molti non hanno che vaghe informazioni. Le chiese non sono piú affollate neppure a mezzanotte, e il presepio è reclamato da aggressive forze politiche come dichiarazione di identità nazionale.
Mentre i bambini pretendono l’ennesimo regalo, poco piú di un sorriso presto dimenticato nel mucchio, i cristiani che sul Natale si interrogano anche nella liquidità indifferente del nostro tempo trovano la buona notizia che è possibile un’umanità diversa. Nell’ambiguità di Dio clemente e terribile, fascinoso e severo Gesú rivela il padre della misericordia. Non un buonismo di circostanza, ma accoglienza, relazione, perdono. Permangono sofferenza e responsabilità che la liturgia dei giorni successivi ricorda con il primo martire e la strage degli innocenti: ma la nascita del Signore può cambiare lo stile della vita e merita la festa con gli amici, anche davanti al presepio.