editoriale di ottobre

Chissà se qualcuno, anche fra i nostri lettori, frequenta ancora la preghiera mattutina? Non occorrono le preghiere della nonna, peraltro non tutte banali, per trovare, anche nella nostra vita concitata e preoccupata, un momento per la conoscenza di sé, per apprezzare di essere ancora vivi, per dare uno sguardo cordiale al mondo. Non occorre neppure essere credenti in una religione in un creatore con un nome, praticare una religione. Sarebbe bello trasmettere anche ai figli questo approccio umanizzante al quotidiano. Lo scrittore scozzese Bruce Marshall (1899-1987) osserva la superficialità con cui ringraziamo la Befana che ci riempie la calze il 6 gennaio e l’indifferenza con cui ogni mattina troviamo le calze piene delle nostre gambe, capaci di muoversi e di reggere il nostro corpo. È giusto esprimere riconoscenza e sapere chi siamo e che cosa vogliamo fuori dalle maschere, anche serissime, che ci diamo e ben oltre la ricerca dell’autoaffermazione e del miglioramento della posizione economica e sociale. Il mondo sarebbe migliore se ogni mattina – ma anche in altri momenti della giornata – sapessimo guardarlo con uno sguardo senza confini, senza pensare che dobbiamo essere i primi, senza preconcetti. Guardare alle sofferenze, alle ingiustizie, alle violenze.
Mentre ci avviamo, piú o meno di buon umore, al nostro lavoro, proprio in quel momento – certo lungo le 24 ore imposte dai fusi orari – nel mondo si muore, anche in decine di conflitti, per torture, per fame, per malattie inguaribili o per errori di incompetenze, di distrazione, per mancanza di soldi che consentano diagnosi adeguate o almeno analgesici per accompagnare a una morte umana.
Non si tratta di rendere triste qualunque giornata e nemmeno di considerarci colpevoli del male del mondo, un vizio tipicamente cattolico, diceva anni fa proprio al Gallo il domenicano francese Christian Duquoc. Non abbiamo colpe di quello che succede tanto lontano, siano guerre, disastri della natura, sia per la fragilità biologica propria della creatura.
E in nessun modo possiamo portare altro aiuto che qualche euro donato con il telefono, come probabilmente facciamo, forse addirittura con qualche maggiore generosità. La nostra generosità, che difficilmente toglie qualcosa alla nostra vita, può comunque essere di aiuto e non riduciamola certo, ma qui parliamo d’altro. La consapevolezza della realtà suggerisce riconoscenza e induce a godere come di doni straordinari di quello che con troppa leggerezza consideriamo normale, dovuto, o meritato. E fa nascere un senso di solidarietà che, per i cristiani, dovrebbe anche essere fraternità. Questi sentimenti animano passione per la vita nostra e di tutti, generano conoscenza di noi stessi attraverso gli altri, godimento per il bello, rispetto attenzione responsabilità. Non ci sono formule né ricette: ma chi vuole essere donna o uomo consapevole di sé saprà trovare la via. Questo voleva dire il rabbino Adin Even Israel Steinsaltz, biblista e filosofo israeliano scomparso lo scorso agosto, affermando che «se ognuno imparasse a conoscere meglio la propria anima, il mondo sarebbe migliore».