editoriale di febbraio

L’attesa è il tempo che intercorre fra il momento presente e qualcosa di previsto piacevole o temuto, certo o misterioso: ma è anche una dimensione dello spirito, una prospettiva di vita. Non è eliminabile fino all’ultimo giorno e può essere vissuta con maggiore o minore consapevolezza facendola diventare la ragione stessa della vita o una condizione di ansia persistente fino all’angoscia.
Il nostro tempo, da anni e in crescendo, si è fatto incerto perché da un lato segnato da un’attesa che avvertiamo incombente e inquietante, potremmo dire di paura, pur senza un oggetto definito per cui organizzare una difesa corale e sistematica. Il mondo, in cui ancora milioni di bambini muoiono di fame e per mancanza di cure, è in balia di pochi personaggi che detengono la gran parte delle ricchezze in una scarsa capacità di interventi politici; i politici, spesso inesperti e corrotti, sono in balia delle lobby di potere e preoccupati della loro sopravvivenza piú che del bene del popolo; l’ignoranza dilaga e troppi pensano che le competenze non siano indispensabili; gli armamenti aumentano vertiginosamente, anche in Italia, e il rischio nucleare torna a essere reale; lo smantellamento delle regole, compresa la nostra costituzione, riduce le garanzie dei piú deboli; il degrado dell’ambiente, secondo taluni ormai fuori controllo, desta allarme per la vita del pianeta; l’interconnessione globale rende sempre piú difficile distinguere l’informazione corretta dalle falsità deliberatamente diffuse. Tutte considerazioni che inducono a pensare impossibile andare avanti cosí, che qualcosa debba accadere per ricostruire un tessuto globalmente umano.
Anche se non confessata, magari neppure a sé stessi, salvo qualcuno lucido e responsabile, aleggia la sensazione della catastrofe per guerre totali o pandemie o implosione del sistema ecologico. Forse i superstiti, se ce ne saranno, ritroveranno equilibri e armonie, ma non è assolutamente detto che noi siamo fra quelli. Comunque ci addentriamo su un terreno sconosciuto, senza punti di riferimento, senza certezze.
Un’incertezza esistenziale ansiogena che per un verso induce al consumo nel presente, alla ricerca di godimento immediato, e per un altro comporta scarso impegno senza investimenti culturali, sociali, economici per un futuro incerto o forse assente; e ancora scatena una violenza minuta e individuale che ci turba ogni giorno o quella collettiva del branco o del tifo sportivo.
Vogliamo tuttavia credere che la speranza abbia ancora ragion d’essere: resta una ineliminabile dimensione dello spirito, necessaria per la sopravvivenza, e per i cristiani una virtú teologale con la stessa dignità della fede e dell’amore, anche se solo questo, secondo la nota affermazione di Paolo, sarà per l’eternità. Forse proprio la speranza alimenta ragioni di vita e di impegno nella ricerca dell’utopia, nella bellezza che alimenta l’armonia, nella responsabilità verso gli altri e motiva un agire anche senza la certezza della meta. Forse questo tempo consapevolmente provvisorio è attraversato dall’attesa del Messia o del ritorno del Cristo o, piú semplicemente, con le parole del Piccolo principe, dalla determinazione «a occuparsi di altro e non di sé stesso».

i Galli