editoriale di giugno

La realtà intorno giorno per giorno ci modifica cosí che oggi accettiamo e consideriamo ovvie cose che ci avrebbero fatto reagire o, almeno, meravigliare in altri momenti. Accettiamo che la nostra privacy sia limitata in nome della sicurezza, accettiamo che sia messa in discussione quella democrazia rappresentativa che ha fin qui accompagnato la nostra esperienza politica, non ci meravigliamo di connetterci in tempo reale con chi sta dall’altra parte del mondo e neppure di affiancare, e magari sostituire, gli amici reali con quelli evanescenti dei social network. Forse non per tutti è così, ma certo lo è per molti. La nostra quotidianità, comunque, acquista nuove abitudini e acquisiamo nuovi modi di pensare per scegliere le interpretazioni da condividere e orientare cosí le azioni delle nostre scelte di vita, dagli acquisti allo sguardo sul mondo, che non sarà piú di stampo ideologico, ma almeno sintesi provvisoria utile ad attraversare decorosamente il tempo che ci è dato.

La conoscenza, una volta resa lineare dall’esposizione scritta o parlata di idee e concetti concatenati, è ora offerta nella sua struttura di rete e di relazione complessa, mentre la parola deve fare i conti con l’interdipendenza con altre forme di comunicazione mediali, spesso piú potenti e invasive. Nella rete non c’è un’entrata privilegiata e la navigazione non segue rotte definite se non quelle della scelta fatta di volta in volta dal navigatore, per iniziativa o interesse personale o perché incantato dalla voce di molte sirene. Nella rete non c’è inizio e non c’è fine, non c’è gerarchia, perché la conoscenza diventa frutto di condivisione orizzontale e il parere esperto vale come quello del blogger, dell’opinionista di rete, piú cliccato. Chiunque può parlare e chiunque può esprimere la propria opinione, giudicare e sentenziare, argomentando o insultando, superati i confini del buon senso e del rispetto ormai sentiti residui anacronistici del tempo ipocrita del bon ton. Neppure è possibile distinguere il vero dal falso, perché la realtà rappresentata può apparire piú verosimile della realtà vera e il percepito può essere diverso da ciò che accade, generare ansia e paura per qualcosa che neppure c’è. Solo il personale discernimento e la pluralità delle fonti possono fungere da bussola ai naviganti, se resi consapevoli che un semplice punto di vista non può essere scambiato per la verità di fatti e pensieri.

Come il mondo che calpestiamo è il frutto di un eden perduto dove il bene è frutto di fatica, se non dono di salvezza ricevuta a caro prezzo, anche la rete insegue, però, la sua utopia di un bene possibile, una sua avventura orizzontale e, insofferente di ogni forma gerarchica, aspira al paradiso, alla conquista dell’albero della conoscenza globale attraverso rapporti collaborativi paritetici e finalmente liberi da ogni principio di autorità. Gran parte dell’umanità connessa agisce e si esprime con impegno, passione e sforzo creativo, convinta di poter vivere in un universo positivo, esente dal peccato originale dell’errore e della prevaricazione, di cui, invece non si può che prendere atto, verificando nuove forme di dipendenza in rete, di controllo e di sfruttamento al servizio di poteri negativi e, spesso, nascosti, quando non di intere aree di stupidità collettiva e di usi distorti all’insegna della sopraffazione. Forse, anche questo nuovo mondo bidimensionale ha bisogno di una redenzione, dell’avvento di una terza dimensione verticale capace di bucare il sistema e farlo uscire da un limitante appiattimento autoreferenziale; capace di liberare il potenziale umano, ma anche di assegnargli forma e direzione, di reintrodurre, cioè, quel principio di autorità perduta in grado di fare distinzione tra conoscenza e sapienza, tra informazioni e valori.