editoriale di luglio-agosto

Se per comprendere pienamente una cultura e una civiltà occorre considerare anche gli strumenti storicamente usati dall’homo sapiens per esprimere la sua intelligenza, nella odierna società dobbiamo guardare ai vari dispositivi informatici resi disponibili dalla tecnologia. Dobbiamo inoltre prendere atto di come la comunicazione, personale o sociale, locale o planetaria, sia sempre piú affidata a supporti mediali che tendono ad abbattere i muri che hanno fin qui distinto le varie forme comunicative: televisione, cinema, radio, giornali, fotografia, manifesti… Anche la distinzione tra autore e lettore, produttore e fruitore, si fa obsoleta, in quanto nell’era di internet ciascuno di noi genera e consuma informazioni nelle piú varie forme mediali, attore e spettatore di ciò che la rete raccoglie della comunicazione umana.
Lo smartphone, che quasi tutti abbiamo tra le mani, gestisce attraverso le varie app le attività piú disparate: intrattenimento, condivisioni sulle piattaforme social, transazioni bancarie, organizzazione del tempo libero, indicazioni stradali… tutto può passare dal nostro dispositivo elettronico – che sarebbe riduttivo chiamare telefonino –, in una sempre piú evidente convergenza dei processi comunicativi. Un impatto che, in qualche misura, modifica il paradigma antropologico, in quanto influisce sulla coscienza individuale, plasma la mentalità e determina la visione del mondo. Una visione che può essere alterata da rappresentazioni virtuali che finiscono per essere percepite come piú vere della realtà stessa, un po’ come avviene con le false notizie diffuse in rete e piú credute della verità.
Molti considerano le tecnologie della rete strumento di democrazia, in quanto rendono le persone libere di esprimersi, di relazionarsi, di stabilire contatti, dando espressione al bisogno di conoscere e di farsi conoscere, ma ridefinendo i concetti di prossimo e di amicizia cosí da essere insieme aiuto e minaccia alla relazione. Non si possono quindi ignorare i rischi di scelte determinate, in particolare in ambito politico, piú dalla pancia che dalla testa, dall’emotività piú che dalla razionalità, perché quell’intelligenza emotiva che sta prendendo il sopravvento sulla ragionevolezza dei nostri giorni può essere indirizzata per influenzare le scelte. Nella completa orizzontalità della rete è difficile distinguere ciò che è importante da ciò che è insignificante, il parere competente dalla chiacchiera, mentre la quantità e l’intensità del brusio collettivo rendono arduo costruire percorsi qualitativi tra la marea planetaria delle informazioni.
Il pensiero corre a un vecchio film di Charlie Chaplin, Tempi moderni (1936), ironica denuncia dell’alienazione imposta dalla macchina, quella meccanica di ieri come quella informatica di oggi; ci ricorda che c’è piú bisogno di umanità che di macchine; di bontà e gentilezza piuttosto che di abilità manuali e intellettuali: senza, la vita è solo violenza. Ma dove rifornirci di umanità, bontà e gentilezza? Con un suo neologismo Arturo Paoli (1912-2015), suggerisce il dovere di amorizzare: per lui, credente, il riferimento è a Gesú nella metafora della vite e dei tralci, che possono dare frutto perché alimentati dalla stesa linfa. Ma non potrebbe essere un invito per tutti, credenti e non credenti, a liberare la comunicazione sociale dalle mistificazioni interessate per farne uno strumento di comunione nella sfera della solidarietà e dell’amore?