editoriale di aprile

Le tenebre ci spaventano, forse quelle metaforiche persino piú di quelle fisiche. La perdita di punti di riferimento, di fede, di senso, ma anche di amicizia, di affetto e, non ultimi, di quelli materiali, è esperienza dura e temuta. Come per i bambini il buio è paura assoluta, paralisi della mente e del corpo salvo che nel calore di un abbraccio conosciuto, di una mano rassicurante, l’annullamento di segnali rende la realtà una cortina minacciosa.

In questa stagione, quando, come ogni anno ci vengono riproposti i misteri della passione, morte e resurrezione di Gesú e i momenti di tenebra vissuti allora dalla prima comunità attorno a Gesú, in dubbi, solitudine, delusione, li sentiamo prossimi a nostre esperienze. Ascoltiamo, per l’ennesima volta, la storia di persecuzione, di tradimento, di supplizio e poi di abbandono, di smarrimento, ma, infine, di resurrezione e, per l’ennesima volta, restiamo sorpresi da qualcosa che nelle letture precedenti ci era sfuggito, o avevamo dimenticato. È un ascolto che ci guida e dona una speranza per le occasioni in cui anche a noi potrà accadere di attraversare le temute tenebre.

Ancora di piú brameremmo assimilare atteggiamenti interiori, parole vere da poter trasfondere nelle persone che ci stanno accanto, quando, a loro volta, fossero investite da pesi che ci paiono assai sproporzionati. Tenebre come buio dell’anima, angoscia del nulla, vissuto di morte durante la vita. Chi abbia avuto la ventura di attraversare simili momenti, può, in qualche caso, tentare di additare la propria esperienza di superamento come personale minuscola esperienza di resurrezione. Ma chi si trova nel momento della tenebra ben raramente è aperto verso una tale improbabile speranza, e anche sincere parole di conforto suonano indelicate, se non inappropriate, come la banale metafora della luce in fondo al tunnel.

Un insegnamento da considerare ci viene dai racconti evangelici del tempo dopo la resurrezione: pensiamo all’incontro dei discepoli di Emmaus con il Risorto che non è immediatamente riconosciuto (Lc 24, 16). Il trauma della perdita aveva dissolto ciò che poco prima era speranza, motivazione, slancio per lasciare il posto soltanto a paura, stordimento, incredulità, come se la realtà tutta fosse inghiottita in un solo grumo di tenebra esteso a tutta la vita. Come ci ricordava Giovanni Cereti nel commento alla liturgia pasquale nel quaderno del mese scorso, la desolazione dei discepoli di Emmaus, pur con comprensibile esitazione, non ha impedito lo stupore alle parole e il riconoscimento del Signore nel gesto piú familiare dello spezzare il pane. È possibile, con coraggio e pazienza, riconoscere che almeno qualcosa fra quanto ci era familiare prima delle tenebre può essere ritrovato? Qualcosa di ciò che conoscevamo, e che ci orientava, continua – o torna – a essere presente nell’oscurità, in un modo diverso, forse piú debole. È possibile nelle tenebre della malattia, del lutto, di vicende affettive o professionali devastanti, ritrovare qualche barlume? È possibile accorgersi che qualcosa, pur cambiato, ancora ci accompagna? Come l’occhio, nella notte, lentamente percepisce che non tutte le ombre sono minaccia, abbiamo bisogno di imparare di nuovo a guardare e vedere per riacquisire fiducia nel calore di un abbraccio, che si è preso la libertà di non essere sempre uguale a se stesso.