editoriale di novembre

La liturgia cattolica di questo mese di novembre colloca all’inizio la festa dei Santi con la connessa commemorazione dei Defunti e, al termine, la festa di Cristo re dell’universo. La prima ricorda l’esistenza di una comunione di vita e la seconda celebra Cristo, inizio e fine di tutte le creature e le cose. Questa comunione e questa regalità ci richiamano la presenza, pur nel mistero, di una realtà spirituale. Gesú ammonisce che per vivere si deve «rinascere dall’alto», passare attraverso una continua morte e risurrezione.

La spiritualità cristiana cerca di suggerire un cammino che risponda alle domande piú profonde dell’uomo, quelle della ricerca del senso della vita: «per quale scopo sono qui?». La persona non è solo materia, biologia, psiche: il credente riconosce una quarta dimensione, lo spirito. Tutte le dimensioni sono interconnesse, pur con una propria autonomia. Quella spirituale comincia a svilupparsi quando percepiamo la dipendenza da un principio/fonte esteriore. Per superare le reazioni istintive-imitative, afferma il teologo Carlo Molari, dobbiamo introdurre nuove sinapsi nel nostro cervello, creare situazioni nuove (e non i contenuti del cambiamento desiderato).

È un cammino a piccoli passi: rendersi conto degli atteggiamenti imperfetti, individuare le situazioni piú critiche ed esercitarsi a immettere nuovi atteggiamenti. Richiede concentrazione e un clima di preghiera che disponga all’accoglienza della forza di vita che ci viene data per divenire capaci di amare e crescere insieme verso nuovi traguardi di umanità. Nel rapporto con la fonte (Dio) e nel tempo si costruisce la nostra struttura interiore.

Diventiamo vivendo il tempo. È un cammino evolutivo per accogliere (pur parzialmente) il dono della vita, dato il nostro persistente limite (tale è il male); un processo di apprendimento della (nella) dipendenza dalle altre creature e in dialogo con le altre tradizioni culturali. Siamo chiamati alla pienezza di vita che scaturisce dalla forza (fonte) creatrice, ogni giorno. Fede è imparare a dare fiducia alla vita e alla sua costante novità. Teilhard de Chardin (1881-1955, gesuita, antropologo e teologo) afferma che Dio sta creando e alimenta il processo storico senza intervenire, ma offrendo la possibilità che attraverso le creature le cose si facciano.

L’atteggiamento di abbandono fiducioso richiede attesa vigile di quella vita che oggi non possiamo ancora accogliere e discernimento delle possibilità che ci vengono offerte. L’attenzione e l’impegno ci fanno responsabili del futuro. Nell’assurdo dell’oggi pare che neppure la ricerca di senso sia un problema: mentre proprio la spiritualità dovrebbe porsi come esigenza in una società consumistica in cui il criterio della produttività come valore, la massificazione, la manipolazione, l’incomunicabilità, un futuro percepito minaccioso, l’atrofia dei sentimenti, l’inquinamento ecologico suscitano fondate paure di sopravvivenza.

Forse qualcuno comincia a rendersi conto di essere coinvolto in qualcosa di superiore e di cogliere i segni di un mistero che lo sorpassa riempiendolo di stupore. Essere uomo significa anche saper ascoltare il mistero delle cose, contemplare la realtà, ritrovare l’unità con la natura e con gli altri; significa porsi in rispettoso ascolto dei segni dello Spirito sparsi in ogni creatura. Il cristiano attento, per vivere in modo rinnovato i valori evangelici, non può limitarsi all’osservanza dei precetti, ma deve imparare a vivere l’impegno nel mondo con una spiritualità liberatrice, solidale, fraterna, comunitaria.