editoriale di febbraio

«La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio… Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle». Questa frase di Sant’Agostino, dopo circa 1600 anni, può suscitare ancora, in molti di noi, reazioni e riflessioni sul futuro della nostra specie che, oggi, si presenta nebuloso e ostico al cambiamento, pur dichiarando di cercarlo. Larghi strati di popolazione pensano che l’innovazione si possa delegare alle macchine, ai robot, all’intelligenza artificiale. Ma le macchine non conoscono le potenzialità e i limiti della vita reale e quotidiana di ognuno di noi: esse eseguono solo programmi e, per quanto dotate di un certo grado di autonomia, dipendono sempre dal progettista che le ha prodotte e da chi le impone sul mercato come panacea a tutti i nostri fastidi.

Nella repubblica del mi piace, qualche volta modificato in non mi piace, vi è chi osserva come molti si sdegnano ogni giorno di fronte alle tante ingiustizie, alle irregolarità, alla cattiveria gratuita e come tuttavia prevalga l’impotenza, non perché manchi il coraggio per cambiare quello che non piace; ci si sdegna ancora di piú perché non si sa che cosa fare per migliorare ciò che non va. Non si può negare che l’osservazione denunci lo smarrimento diffuso tra molte donne e uomini di tutti i giorni, che vivono il loro quotidiano all’interno di strutture scricchiolanti, gestite da poteri che sembrano essere sordi a tali scricchiolii.

In questo clima lo sdegno e il coraggio, invece di essere una spinta per cambiare i modelli di sviluppo dominanti, basati sul qui e ora, vengono distaccati dalla loro madre, la speranza, e diventano delusione e rifiuto. Quando ciò accade un idolo, pericoloso e subdolo, si può insinuare nella fragile condizione umana: si tratta dellindifferenza a cui si accompagna la ricerca esclusiva di quello che si ritiene l’utile personale. Le derive che si possono avere dal nefasto miscelamento tra indifferenza e individualismo sono drammatiche per tutti e per ognuno.

Le irresistibili ascese del fascismo, del nazismo e le situazioni dove un uomo solo, pur democraticamente eletto, si trova al comando, sono, purtroppo, possibilità reali anche per il nostro periodo storico. Ancora vivi sono gli antichi slogan. Il canto delle sirene che ha ammaliato la mente dei compagni di Ulisse durante il suo ritorno a Itaca è una metafora di ciò che potrebbe accadere a conservatori e progressisti: cullati in tale aria rarefatta, diventano indifferenti alle azioni e ai richiami di coloro che ancora si adoperano contro l’ingiustizia, cercano di lenire il dolore altrui, e reclamano solidarietà con i piú sfortunati e gli scarti dei nostri modelli di sviluppo. In altre parole, chi lascia fare, delega senza controllare è l’alfiere di una indifferenza sia alleata, sia giustificazione di coloro che progettano la società a esclusivo vantaggio del proprio gruppo-partito, o della propria nazione, o della propria immagine.

La maggior parte delle persone della generazione che oggi collabora a questa rivista non ha combattuto contro eserciti invasori e non è vissuta sotto dittature come la generazione dei padri. Tuttavia ha avuto la sorte di conoscere e di fare un pezzo di strada insieme a donne e uomini, credenti e non credenti, che tali tragedie hanno affrontato in prima persona. Il monito «E subito per la seconda volta il gallo cantò » (Marco XIV-72), ricorda ai piú e ai meno giovani che tradire le persone che hanno il coraggio di sdegnarsi e il coraggio di impegnarsi per migliorare la realtà che non va è molto facile, anche quando ci si è dichiarati disponibili alla loro sequela.