editoriale di maggio

«Giocare a essere dio, o supereroi, o…», ossia sentirsi padroni di plasmare la materia, volere a qualunque costo il plauso della gente e aspirare al mi piace planetario, considerarsi campioni da prima pagina o protagonisti di narrazioni da bestseller e performance multimediali sarà forse un’eredità innata della mente umana, un archetipo incluso nella teoria di Carl Gustav Jung, l’indagatore dell’inconscio condiviso? Difficile rispondere, ma questa tipologia di umani ritiene tutto lecito sulla strada della propria affermazione: qualsiasi cosa può essere sacrificata sull’altare del personale egotismo, siano vite umane o valori morali. Se per realizzare il proprio obiettivo è utile spargere doni ed elargire benessere si può fare, se al contrario occorrono violenza e sopraffazione si può fare con la stessa indifferenza, perché essere solidali o guerrafondai è un semplice effetto secondario, insignificante di fronte al raggiungimento delle proprie mete progettuali. Un delirio di onnipotenza e/o una bramosia di potere incondizionato sembrano essere le regole alla base di questo cinico gioco che domina non solo le azioni di parecchi potenti del mondo, ma anche le scelte di molti altri sparsi nella normalità dell’esistenza. Quanti ci sono che vogliono primeggiare, inneggiando e idolatrando l’io personale, guardando con arroganza a chi gli sta intorno, come a sudditi da sottomettere ai propri interessi e alle proprie pretese? Ma, arrivati al vertice del gioco, può accadere di ritrovarsi soli, drammaticamente soli. Soli al potere, temuti e non amati, tetragoni a ogni istanza di democrazia, chiusi nella paranoia di una impermeabile torre d’avorio; soli nell’assenza di relazioni vitali, di quella solitudine che diventa palpabile in vite divenute banali, nei luoghi di ritrovo dove ci si stordisce di decibel o là dove sempre piú spesso qualcuno muore per overdose; oppure ancora nelle strade dove si trascinano vite ormai smarrite e un essere umano può morire nell’indifferenza di chi gli passa accanto.

Duecento anni fa, la giovane scrittrice inglese Mary Shelley scriveva una storia gotica entrata poi nell’immaginario collettivo, Frankenstein o il moderno Prometeo. Victor Frankenstein, scienziato giovane e brillante, riesce a dare la vita a un essere assemblato che vorrebbe perfetto e invulnerabile, ma crea un mostro dal quale fugge inorridito, abbandonando a se stessa la sua creatura e condannandola cosí alla solitudine. Sarà proprio la solitudine, l’impossibilità di relazionarsi per via della congenita mostruosità a scatenare la rivolta della creatura contro il suo costruttore di cui distruggerà la famiglia. Ma chi è veramente il mostro? La creatura che uccide perché, senza relazione, è morta dentro? Oppure il dottor Frankenstein, perché non ha voluto prendersi cura della sua creatura?

Nella realtà complessa di oggi, ci connettiamo gli uni agli altri in maniera sempre piú stretta e necessaria, eppure ci nascondiamo dietro i paraventi delle nostre paure e delle nostre confortevoli abitudini per rifiutare relazioni che possono mettere in crisi le personali fragili sicurezze, ma quali paraventi potranno resistere all’urto di quei problemi planetari pronti a investire l’intera umanità?

La Comunità Europea ha di recente istituito la giornata dei Giusti dell’Umanità. Forse non ce ne siamo accorti o forse non facciamo caso alle ormai tante giornate celebrative, ma sarebbe bello poter rispondere, con le nostre azioni, «Voglio essere con loro!», come cantava roco Louis Amstrong nello spiritual When the Saints Go Marching In, Quando i santi marceranno