editoriale di ottobre

Una credenza ebraica afferma che in qualsiasi momento della storia umana esistono nel mondo 36 persone speciali e, se non fosse per queste persone, tutte queste persone, se anche una sola di esse mancasse, il mondo finirebbe. Alla leggenda ebraica dei 36 giusti si affiancano altri detti che attribuiscono la salvezza dell’uomo dalla propria malvagità, o dalla tendenza a favorire soluzioni negative alla convivenza, alla presenza di persone che mantengono accesa la fiaccola della bontà e della saggezza.
Leggiamo un passo di Borges: «É fama che non v’è generazione che non conti quattro uomini retti che segretamente sorreggono l’universo e lo giustificano davanti al Signore. […] Ma dove trovarli, se vivono sperduti per il mondo e anonimi e non si riconoscono quando si vedono e se neppure essi conoscono l’alto magistero che esercitano?» (Jorge Luis Borges, Aleph). È individuabile in questi detti un riferimento alla narrazione biblica di Noè, uomo giusto e saggio per mezzo del quale Dio salvò la specie umana dalla distruzione incombente a causa della perversione a cui era giunta. Secondo Pascal, l’uomo ha guastato la sua natura essenzialmente buona quando, con il peccato originale, ha abbandonato il riferimento a Dio, e questo lo ha portato a compiere azioni cattive.
Pur senza il riferimento al peccato originale, c’è chi sostiene che l’uomo è naturalmente malvagio, e che è possibile la convivenza tra le persone solamente con regole di comportamento imposte o concordate. Le molteplici letture che nella storia hanno attribuito l’evolvere degli eventi a forze soprannaturali, divine o demoniache, ma neppure sempre all’interno di visioni religiose, dimostrano come l’idea della conservazione dell’umanità stia in qualche modo nell’immaginario universale. Ai 36 giusti non è infatti chiesta appartenenza religiosa: offrono una possibilità di salvezza laica a tutti e rappresentano la capacità di uomini e donne tutti di reagire alla malvagità.
Si annodano tre grandi domande: l’umanità è in grado di esercitare la responsabilità? È capace di distinguere il bene dal male e di darsi regole che garantiscano la pacifica convivenza e la giustizia? La credenza nei 36 saggi e altre simili, cioè che l’umanità si conservi nonostante la prevalenza della malvagità, è espressione di fiducia collettiva?
Quando sembra che gli eventi cattivi prevalgano, che non si tuteli il povero, anzi lo si disprezzi, che si esalti la violenza e il piú forte prevalga sul debole, il pensiero corre a chi potrebbe salvare la società. La storia di Noè, i detti sui 36 giusti e altre affermazioni sulle possibilità di salvezza dell’uomo sono segni della speranza che non viene meno, ma anche della fiducia nella natura non solo cattiva delle persone.
La narrazione del diluvio universale ci rappresenta la ripresa del cammino di una umanità nuova, dove però i malvagi non si salvano. Il cristianesimo profetizza la salvezza per l’umanità attribuendo a Cristo la giustificazione per tutti, che dovrebbe generare conversione e consapevolezza della responsabilità. I 36 giusti rappresentano la capacità di uomini e donne tutti di reagire alla malvagità propria e degli altri e alle situazioni di ingiustizia: non sappiamo dove e in quale momento, ma una potenziale resilienza un giorno sarà realtà. Forse non solo nella società, ma anche dentro ciascuno di noi c’è lo spirito dei 36 saggi che ci salva dal pessimismo e dalla tentazione di reagire negativamente alle situazioni e agli eventi. Forse occorre imparare ad ascoltarli.