editoriale di dicembre

Gli auguri vanno benissimo e ce li scambiamo di cuore, anche perché sia una giornata cordiale di incontro a una buona tavola. Rimpiangere che non è piú il Natale di una volta serve solo come sfogo: neppure noi siamo piú quelli di una volta. Riconoscere che la festa ha perso ogni connotato religioso per la quasi totalità delle persone, anche battezzate, è riconoscere un dato di fatto. E dall’interno della chiesa che cosa abbiamo fatto per non affossare il senso religioso della festa?
Resta però seriamente da considerare che significato possono ancora avere l’avvento, il Natale e le celebrazioni connesse dei giorni successivi per chi vorrebbe cercare il senso ultimo, esistenziale, di una festa che non è nelle origini della cristianità, come Pasqua e Pentecoste, ma che pure ha tanta importanza nella pratica come nell’iconografia.

L’incarnazione, certo: «Il Verbo ha posto la sua tenda tra noi». Forse neppure noi ce ne siamo accorti e ne siamo sicuri. Se riusciamo a crederci, dovrebbe cambiare la nostra prospettiva di vita: chiediamoci con franchezza come l’incarnazione «interpella il nostro presente. Illumina, sotto una certa angolazione, la nostra crisi? Offre qualche indicazione alla nostra ricerca di uomini e cristiani sgomenti? Invita noi cristiani a introdurre qualche svolta, e quale, nella nostra vita e nella nostra azione?» (Carlo Carozzo, Il gallo, dicembre 1974).
«E quale?». Già, quale? L’attualità di queste domande, formulate oltre quarant’anni fa dimostra l’urgenza e l’opportunità del ritorno annuale della celebrazione, perché siamo tanto di testa dura, di abitudini inscalfibili, da aver fatto cosí poco cammino?
Accanto al mistero dell’incarnazione – una parola ormai estranea al comune sapere e presente solo nel vocabolario degli specialisti –
Natale ci propone, nei poetici racconti dell’infanzia narrati nei primi due capitoli di Luca, una specifica modalità dell’avvento del divino nell’umano, una modalità che presenta un’idea di Dio diversa, forse, anche dalla nostra, estraneo all’esibizione di potenza, e parla di rifiuto, di periferie, di personaggi malvisti dalla società perbene, di solidarietà fra poveri. Anche tutto questo ce lo siamo già detto e quasi ogni giorno lo ripete l’autorevolezza di Francesco: non solo poco siamo riusciti a cambiare, ma la cristianità è dichiarata carattere identitario nel programma di partiti inquietanti nelle proposte politiche. Non è l’esibizione del presepio e della croce nei locali pubblici a esprimere fedeltà al Cristo, ma le scelte di giustizia sociale, di solidarietà e di accoglienza.

Almeno diamoci nuove consapevolezze: gli angeli, che ci piacciono tanto, nei loro canti celestiali, nella loro alata luminosità, annunciano a tutti, non solo ai nostri, non solo nelle nostre chiese, e chi accoglie stupisce ringrazia adora dovrebbe farsi capace di levarsi, abbandonare le sicurezze, muoversi per vedere che cosa succede e, come i pastori, che pure ci piacciono tanto, attrezzarsi per dare una mano.
Per i credenti è irrinunciabile, per ogni essere umano un dovere: un posto a tavola o anche solo un sorriso non saranno meno graditi se offerti da chi non sa proprio che cosa significhi incarnazione né riesce a vedere e a sentire angeli. Le occasioni non mancano: personali, ideologiche, sociali e non solo nei giorni della festa e della bontà. Esempi ce ne sono, in molte occasioni e non solo a Natale: segni buoni che aiutano a vedere luci anche nelle nebbie apparentemente impenetrabili di questi tempi.
A tutti il nostro augurio per giorni intensi e un anno che si annuncia non facile.