editoriale di ottobre

Al termine della seconda Guerra mondiale un manipolo di statisti, politici e intellettuali europei, provenienti da vinti e vincitori, profondamente convinto della necessità di un’alleanza capace di rendere inoffensivi i germi dei nazionalismi totalitari causa del bellicismo europeo, ha posto le basi, ideali e politiche, per la nascita dell’odierna Unione Europea. Nel corso di una settantina di anni, con fatica e difficoltà, la maggior parte degli stati europei è confluita nel progetto iniziato da Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda (l’Europa dei sei). Certo i milioni di morti, i dieci anni di sofferenze indicibili, le distruzioni diffuse hanno permesso di superare gli egoismi e le velleità di supremazia, pur presenti tra le popolazioni. Settanta anni di pace e di prosperità sembrano invece avere cancellato da gran parte degli europei quella consapevolezza e maturità che hanno permesso il percorso virtuoso del superamento degli interessi nazionali in vista di un superiore interesse comune.

Se la parola nazionalismo, anche per la terribile svalutazione prodotta dal nazionalsocialismo hitleriano, non è piú in voga, un’altra, altrettanto ambigua e pericolosa, l’ha sostituita: sovranismo. Politici di tutto il mondo, piú interessati al consenso immediato che a una visione globale di un futuro migliore per tutti, se ne riempiono la bocca vellicando concezioni anti-europeiste e antimondialiste.

Lo slogan America first ha consentito a Trump di vincere le elezioni con le conseguenze sotto gli occhi di tutti: l’analogo prima gli italiani ha permesso alla Lega di imporsi nella destra italiana grazie anche all’appoggio di tanti cattolici, preti e vescovi pur in presenza di chiare prese di distanza di organismi autorevoli come la Conferenza episcopale (CEI).

Nell’epoca della comunicazione estesa e immediata, le decisioni vengono cinguettate sui social spesso assai prima di essere state meditate e studiate nella fattibilità, soltanto per cercare consenso nel risentimento. Impera la politica della semplificazione, della faciloneria, del pressapochismo, del muscolarismo e della ricerca del capro espiatorio come nella recente tragedia genovese del ponte Morandi. Si fa credere, con un successo che inquieta e preoccupa, che i rimedi siano a portata di mano e sia sufficiente avere le mani pulite per poter risolvere i guasti di decenni: l’onestà è certo un requisito necessario per un amministratore, ma è onesto pretendere di fare quello per cui non si hanno competenze?

Scriveva Norberto Bobbio: se nella vita privata è augurabile avere a che fare con persone oneste, nella vita comunitaria ciò è drammaticamente insufficiente in quanto un cretino onesto al potere può fare molti piú danni di un principe, magari non proprio specchiato, ma capace. Per non dimenticare il monito del principe di Salina, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, secondo il quale, il modo perfetto per non cambiare nulla è cambiare tutto o la folgorante risposta di Albert Einstein a chi gli chiedeva la razza di appartenenza:«umana». La questione dell’accoglienza dei popoli in fuga dalle guerre o dalle carestie, spesso con radici nei guasti del colonialismo europeo, riguarda certamente l’Europa tutta e un’Europa piú vicina al progetto degli ideatori sarebbe meglio in grado anche di affrontare questi problemi. Sappiamo quanto l’Italia ne è coinvolta: occorre studiare con comprensione di chi è disperato e di chi si sente a disagio in casa propria. Il semplicismo arrogante alimenta odio, non cerca soluzioni.