editoriale di novembre

Il modello proposto dalla cultura dominante è l’uomo forte, solido, resistente, stabile, capace di vincere le paure, di governarsi: mentre se c’è qualcosa di cui ciascuno può essere certo è la propria fragilità. A rendere fragile la natura umana è il suo rapporto con la vita stessa, la caducità, la sofferenza, l’invecchiamento, il cammino inarrestabile verso la morte. La fragilità della terra, la fragilità dei rapporti internazionali, la fragilità delle relazioni interpersonali sono esperienza quotidiana. Ma restiamo fragili e, inevitabilmente, lo sono anche le opere delle nostre mani, tutto ciò che facciamo o pensiamo. Di fronte a questa realtà la prima tentazione è non ammettere la propria fragilità, nascondersela e quindi mentire a sé stessi. Quando si fa questa scelta si finisce sempre per fare del male e farsi del male.
All’opposto, un’altra tentazione è di lasciarsi abbattere, di deprimersi di fronte alla realtà della nostra infinita debolezza. In questi e in altri modi possiamo farci annientare dalla nostra fragilità oppure possiamo accoglierla e lasciarci trasformare. Lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo La fragilità che è in noi si pone e ci pone la domanda sul suo senso, affermando che essa fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti, una condizione normale. Tra la domanda e la risposta ognuno di noi potrebbe scrivere il racconto della propria vita, in tutti quegli aspetti fragili che di solito tendiamo a nascondere agli altri e finanche a noi stessi. E, anche quando non vengano del tutto nascosti, difficilmente riescono a sfuggire al fascino del pregiudizio che nasconde in sé un segreto disprezzo per la debolezza che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap, dalla condizione anziana, dalla tristezza, dalla depressione, dalla solitudine, dalla timidezza, dai fallimenti e dalle sofferenze dell’abbandono e del lutto.
Non ci fa piacere riconoscerci anche fragili. Quindi costruiamo giudizi a priori e diventiamo automaticamente giudici (di noi stessi e degli altri). Forse… a un livello piú profondo, spirituale (?), la precarietà è mistero, nasconde e rivela una verità dell’umano non immediatamente percepibile. Occorre prenderla in carico, riconciliarsi con essa, oseremmo dire… amarla. Allora la fragilità esistenziale riconosciuta può diventare il valore, ciò che ci spinge a umanizzarci. Non si tratta dell’esercizio di una virtú, ma di una conversione dello sguardo. Di qui possono scaturire condivisione, solidarietà, fraternità autentiche: una conversione antropologica fino all’abbraccio dell’umano per muovere al disarmo, alla salvaguardia del creato, a processi di riconciliazione e rendere costruttori di ponti, distruttori di muri e operatori di pace.
I rapporti, le relazioni che ci fanno persone e società, hanno il continuo bisogno di un tale atto di verità. Potremmo dire che l’ammissione esplicita della propria fragilità segna il respiro della fede.