editoriale di giugno

Che cosa diciamo quando diciamo: credo? Nella nostra bella lingua, è intrigante la ricchezza di significato del verbo credere presente in diversi campi di significato. Quando qualcosa nella nostra responsabilità non ha portato il risultato promesso e ci viene chiesto se abbiamo fatto le cose come si deve, forse rispondiamo imbarazzati: credo… Oppure accogliamo una versione dei fatti per noi accettabile, pur se poco difendibile, con: ma io ti credo! In ambito religioso, credo! – accetto la dimensione della fede – o credo in… – riconosco la credibilità di una persona – viene pronunziato, persino con una sfumatura epica, durante le liturgie da chi è definito appunto credente. E si potrebbe continuare anche al di fuori del religioso. Questi esempi sembrano illuminare un significato del termine credere che ha poco di cognitivo e molto di emozionale e di esistenziale.
Consapevoli che parlare di questioni di fede è sempre un azzardo, vogliamo però evidenziare come le diverse accezioni del verbo arrischiano le fedi, sia di carattere religioso sia di carattere civile, di peculiari differenti intensità. A fianco di quanto ci sentiamo di proclamare ad alta voce, altre convinzioni, passioni, intuizioni non meno fondamentali alimentano la nostra vita e vengono confidate solo nell’intimità a un orecchio amico: Sai, credo… La tradizione giudaico-cristiana ha poi una sua specifica difficoltà che discende dall’impronunziabilità del nome della divinità, sancita nelle scritture, che può a volte diventare una pietra di inciampo nella comunicazione di contenuti di fede.
Se poi andiamo a indagare in che cosa crede chi crede – anche fra chi professa una religione con una istituzione sostenuta da una dottrina – ci imbattiamo in un panorama in cui non mancano posizioni sconcertanti, quasi superstiziose, che mettono fortemente a rischio il rispetto che dovremmo avere verso la intima sfera di fede di ciascuno.  È quindi diverso ascoltare confidenze in un colloquio amichevole o proclami che sembrano pretendere di essere conclusivi e universali. Aggiungiamo che, nella società pluralista e secolarizzata di oggi, i proclami troppo ferrei possono rappresentare fattori di intralcio e di divisione.
Ma in fondo l’assunto della impronunziabilità di quel nome deriva forse dalla constatazione di quanto le nostre limitate capacità espressive e un linguaggio approssimativo, e sovente fuorviante, siano terreno insidioso per un argomentare che è arduo praticare evitando la superficialità, e che è un indistricabile intreccio di razionalità ed emozione. L’attuale situazione di emergenza sanitaria, con le difficoltà di relazione protratte per mesi, ha prodotto in molti casi una  comunicazione nervosa e strattonata, connaturata alle situazioni di panico che non consente un’espressione distesa e riflessiva ma, al contrario, favorisce rumorosi proclami che sembrano generare certezze.
Ogni fede intima e sincera conosce esitazioni e incertezze, che saranno capaci di evitare presunzioni e imposizioni: il dubbio è garanzia di sincerità. Se manteniamo la consapevolezza che, in fondo, crediamo di credere, resta la speranza che formulazioni incerte ed esitanti continuino silenziosamente a essere veicolo delle nostre fedi: la foresta che cresce non fa certamente rumore quanto cose piú eclatanti, ma effimere.