editoriale di giugno

«L’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità». L’appello di Gandhi (1869-1948) per il disarmo e la nonviolenza non ha fatto molta strada. In un mondo dominato da pretese di potere fonte di tanti conflitti assistiamo invece alla corsa al riarmo. Nel 2020 le spese militari a livello globale ammontavano a 1917 miliardi di dollari, il commercio degli armamenti era superiore ai 350 miliardi di dollari e causava oltre 300.000 morti incentivando la violazione dei diritti umani, la criminalità organizzata e il terrorismo internazionale; 14525 testate nucleari erano in possesso di nove paesi (dati dello Stockholm International Peace Research Institute, SIPRI).
Per uscire dallo stato di natura fondato sulla paura, il prepotere e la deterrenza occorre un cambiamento dei parametri culturali e politici e dell’idea di sovranità: se la nonviolenza diventasse prassi universale e la guerra un tabú, si risparmierebbero infinite morti e distruzioni e le spese per le armi potrebbero essere utilizzate per la sanità, la scuola, la crisi climatica, le disuguaglianze. Pensieri del tutto utopici, ma la risposta non può essere l’inerzia: esistono movimenti impegnati ad arrestare questa spirale tra produzione/detenzione/commercio di armamenti, guerre e violazione di diritti umani, sono stati sottoscritti trattati e realizzate iniziative di cooperazione internazionale.
Ciascuno si interroghi su quanto è convinto della necessità e della possibilità della pace e quanto è disposto a operare in quella direzione. La Pacem in terris (1963) con la definizione della guerra come «alienum a ratione» (irragionevole) e la Fratelli tutti (n 258) con il superamento della teologia agostiniana di una possibile guerra giusta tolgono terreno alla diffusa approvazione della massima «si vis pacem para bellum» (se vuoi la pace, preparati alla guerra) dello scrittore latino Vegezio (IV sec).
La Carta dell’ONU, che ha la finalità di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, costituisce un embrione di costituzione del mondo insieme alle tante Carte sui diritti umani. Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la Posizione comune 2008/944/ PESC relativa al controllo delle esportazioni di armi con la quale si enunciano, tra i criteri regolatori, il rispetto del diritto internazionale umanitario e l’esclusione di possibili usi a fini di repressione interna: criteri peraltro spesso aggirati con ambigue formulazioni. Circa le armi nucleari, dopo il Trattato di non proliferazione del 1970, con il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) del 2017 se ne vieta la produzione, i test, lo stoccaggio e il trasferimento. Però esso non ha avuto l’adesione degli stati in possesso di tali armi né di quelli membri di alleanze militari che adottano la logica della dissuasione, e neppure dell’Italia.
Chiudiamo con qualche realistico obiettivo nonviolento: contenere le spese militari e sostenere una moratoria nella produzione almeno di armi atomiche, incrementare la difesa civile, ridisegnare i compiti delle missioni militari all’estero, non utilizzare i fondi del Recovery Plan per un rinnovo green dei sistemi d’arma, togliere gli investimenti dalle banche che finanziano gli armamenti, avviare una ri-conversione dell’industria bellica. Non cessiamo di sognare: il disarmo universale, oggi utopia, potrebbe diventare realtà domani!