editoriale di maggio

Anacronistico parlare di preghiera mentre il neocapitalismo dissolve regole e fantasia, mentre gli eventi bellici distruggono persone e società, mentre nelle comunicazioni in rete è sempre piú difficile discernere tra vero e falso? Non tentiamo neppure condivisioni o dissensi, né la presentazione di modelli che coinvolgono sacra scrittura, teologia, antropologia, sociologia, psicanalisi, letteratura: proviamo invece a cogliere il fondamento di un’esperienza considerata irrinunciabile da chi la vive.
Esperienza libera e liberante, la preghiera non può essere imposta nelle formule e negli orari. Nella preghiera il nostro tempo, il nostro agire, il nostro pensare trovano la dimensione diversa dell’innamorato. Chi conosce o ha conosciuto questa esperienza sa bene che non ci si può sottrarre ai doveri della società, della professione, della famiglia, non si può sfuggire al rapporto con persone che si vorrebbero evitare, non ci si libera dalle malattie né dalle tragedie che possono devastarci, ma la realizzazione personale diventa dipendente dall’altro. L’amore rivela possibilità alle quali non si sarebbe creduto, fornisce un coraggio non immaginato, rende sopportabili attese rifiutate: ogni cosa diventa insieme piú impegnativa e piú vivibile.
Preghiera è uno spazio riservato, fatto di silenzio, se possibile anche materiale, comunque soprattutto interiore: «sovrumani // silenzi, e profondissima quiete // io nel pensier mi fingo [...], e mi sovvien l’eterno, // e le morte stagioni, e la presente // e viva, e il suon di lei» (Leopardi, L’infinito). Leopardi non parla esplicitamente di preghiera, ma intuisce la comunione con il mistero: il non credente arriva qui, il credente nel mistero riconosce un Dio da ascoltare negli infiniti frammenti che la fede gli rivela.
Ma proprio il riferimento a Leopardi, l’intellettuale illuminista non credente, in cui si possono identificare moltissimi altri, testimonia che anche il non credente ha esperienza della discesa nel profondo dell’umano, dove si ritrova un rinnovato rapporto con gli altri con una responsabilità a cui non ci si può sottrarre, la responsabilità dell’amore.
Nell’esperienza della preghiera si avvertono le presenze delle persone scomparse, parenti, amici, maestri. Ciascuno con un tratto affettuoso, con un suggerimento, un conforto ricordato negli esempi e nell’insegnamento a noi, riconoscenti anche quando nelle loro vite emergessero errori e fallimenti.
L’esperienza della preghiera, magari con nomi diversi, è l’incontro nella fede con l’altro che non possiamo conoscere: fa percepire i limiti e insieme fa sentire meno soli, consola e impegna. Il riconoscimento del limite è la scoperta che non si può vivere soli, da cui deriva la necessità di una rete di relazioni che chiede impegno e cura nei confronti degli altri insieme alla riconoscenza per quello che si riceve.
Come tutte le realtà umane piú vere e profonde, neppure la preghiera è un’esperienza facile: occorrono pazienza, determinazione, accettazione degli insuccessi. Chi si convince che ne valga la pena troverà i tempi e i modi piú congeniali o sceglierà formule collaudate e tradizionali. Ma anche soltanto intraprendere il cammino, farsi capaci di silenzio e di ascolto, di docilità e di fiducia sono passi di una crescita positiva, anche per chi non identifica il mistero in una trascendenza personale. E non sentiamoci abbandonati nella tentazione di non provarci.

i Galli