La parola nell’anno – novembre

XXXIII domenica del tempo ordinario C
IMPERMANENZA DELLE COSE (Luca 21, l 5-19)
di Luigi Berzano 

Nel cuore dell’autunno, l’anno liturgico delle comunità cristiane si chiude con pensieri sul senso del creato e sul suo ritorno al nulla per ricominciare. Nei Vangeli queste cose ultime della vita sono chiamate con la parola greca eskaton. Quale il senso di questo annuncio che ogni cosa contiene in sé qualcosa di oltre che ha valore eterno? Lo si è ridotto a volte alla sola impermanenza delle cose, al loro essere passeggere come il manto variopinto della danza eterna del divino, come direbbe il pensiero orientale. Una lettura situazioni sta di queste pagine evangeliche ci offre una luce maggiore.
Per trecento anni, Israele aveva vissuto l’apocalisse dell’occupazione greca e, dopo, quella romana: vale a dire il dominio delle civiltà che si credevano superiori e sfruttavano le razze inferiori chiamate barbare. Al tempo di Gesú, molti mettevano in dubbio i «segni annunciatori» della fine dei tempi, anche se, quando Luca metteva per iscritto il suo Vangelo, la fine stava per avvenire. Nell’88 aC, durante una rivolta contro un sovrano ellenizzato, ottocento ebrei erano finiti sulla forca. Il bilancio delle vittime si moltiplicherà quando il 9 del mese di agosto del 70 dC l’imperatore Tito e le sue truppe romane occuparono e saccheggiarono Gerusalemme distruggendo il Tempio. Fu la guerra a cui Luca fa una probabile allusione. Il sacrificio di un uomo, cioè di Gesú, non impedí il martirio di un popolo.
Quando Gesú diceva: «non passerà questa generazione prima che la fine arrivi», non si sbagliava; quarant’anni passarono dalla morte di Gesú alla distruzione di Gerusalemme e della meraviglia del suo Tempio. In tutto ciò il Vangelo rimane un luogo di memoria, in latino monumentum.
Per tutti gli altri discepoli, diversi da quella generazione, cioè anche per noi, di quale fine (eschaton) si tratta? La fine, nel linguaggio del Vangelo, significa fare ritorno, vocazione comune a tutte le forme di vita. Gli animali lo fanno con grande naturalità e senza saperlo, a differenza dell’uomo. Gli uccelli si ritirano chissà dove, e vanno verso la fine in silenzio. L’uomo, invece è dotato di consapevolezza di tutto ciò; questo è all’origine delle sue paure che rendono angosciosa quella fine che per altre creature è naturale provvidenza. Solo le creature umane, che pure provengono dal nulla, hanno un tale attaccamento alla vita presente da dimenticare che devono lasciarla per fare ritorno a un’altra vita. Un ritorno, ma non a una vita simile a questa. Nessuna nostalgia per un ritorno al già vissuto. Nessun Paradiso come l’abbellimento di questo mondo. Ma ad altra vita diversa.
Al tempo di Gesú, i sadducei pensavano che il futuro fosse la ripetizione del presente; per questo, nel loro scetticismo, non credevano alla resurrezione. Il parlare di Gesú evoca un ritorno al nuovo, all’inedito. San Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto diceva «Poverini! Avete dimenticato che ciò che seminate non prende vita se prima non muore; e che quello che seminate non è il corpo che nascerà, ma un nuovo chicco? » (1Corinti, 15, 36-37). Il ritorno è alla vita che è quella di Dio, che Gesú chiama «eterna». La morte e la resurrezione di Gesú sono il grande mythos della vita divina e delle creature.

 

I domenica di avvento A
DOVREMMO VERGOGNARCI (Is 2, 1-5; sal 121; Rm 13, 11-14; Mt 24, 37-44)
di Giancarla Codrignani

L’Avvento significa la venuta del Signore quando non è ancora un bambino, ma sta crescendo nel grembo della sua mamma nel mistero piú segreto, che si ripete nella nascita di ogni bambino o bambina che viene al mondo per un atto di amore che è la vita. È, per Gesú, l’incarnazione, annunciata a marzo che si rivelerà a Natale.
Intanto c’è una coppia di genitori un po’ confusi: hanno avuto rivelazioni che hanno sconvolto la loro vita e hanno accolto verità di cui si fanno carico con un certo smarrimento. Sanno di dover andare entro poche settimane a Betlemme per registrarsi al censimento voluto da Augusto e probabilmente stanno programmando il viaggio. La distanza da Nazaret è notevole, piú di 150 chilometri, e Maria sta diventando pesante.
Forse non era cosí necessario che andasse anche lei – per la donna forse bastava la dichiarazione del marito – ma hanno deciso di andare insieme e hanno calcolato che bisognerà evitare di andare a piedi, meglio cercare in anticipo un passaggio di qualche carro e prenotare un albergo o chiedere ospitalità a qualche amico: Giuseppe era di famiglia discendente da Davide e probabilmente era conosciuto nella Giudea davidica. I messaggi che avevano ricevuto erano stati chiari almeno per rispondere a una grande responsabilità: il bambino doveva nascere in sicurezza. Intanto ogni sera continuavano a sentirsi vicini leggendo la Bibbia e cercando di capire di piú.
La messa di oggi ricorda dal libro del profeta Isaia la visione che mostra quando «molti popoli saliranno sul monte del Signore perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». È l’insegnamento che ci darà Gesú, quello che non cerca cammini di successo e ricchezza, ma impegna dalla parte dei piú svantaggiati: il giovane ricco non ce la fa, mentre il samaritano è il seguace autentico.
Il monito a comportarci secondo la volontà di Dio – che può sempre venire a sorprenderci – letto oggi, in tempo di una guerra che, in un mondo pieno di conflitti abbandonati alla volontà dei tiranni, è dentro l’Europa e ha già distrutto migliaia di vite, lo sentiamo un po’ spaventati perché questa attesa di gioia promessa veste il viola della penitenza, simboleggiato nei paramenti liturgici di questo periodo. Come sosteneva la parola di Dio che è perentoria:

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà piú la spada contro un’altra nazione, non impareranno piú l’arte della guerra.

Paolo invita a svegliarci dal sonno: «gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce».
Nel 2022 non sappiamo come non vergognarci di attendere la venuta del Signore ripetendo la tragedia della guerra, ma dobbiamo commuoverci al monito di quei due genitori che leggevano il salmo che abbiamo appena letto e che per loro era ciò che era chiesto per il Figlio che Dio ci donava:

Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!».